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Una parete. Una macchia di sangue. Due o tre dita impresse sul muro, alla destra di chi scende le scale. È attorno a questo dettaglio - l'impronta catalogata col numero 33 - che ruota una delle domande più spinose del caso Garlasco: chi si stava allontanando dalla villetta di via Pascoli la mattina del 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi venne uccisa? A “Quarta Repubblica”, il programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è andata in onda la deposizione di un carabiniere presente sul luogo del delitto. Un militare che su quell'impronta ci aveva lavorato, che l'aveva osservata, misurata, trattata con i reagenti. E che ora, a distanza di quasi vent'anni, ne descrive le caratteristiche con la precisione fredda di chi ricorda bene cosa vide: un'impronta diversa dalle altre, grande, “particolarmente estesa”, con un alone ai bordi che la rendeva inconfondibile. E in una posizione che, dice, “faceva senso”. Dove “faceva senso”, tiene a precisare lui stesso, significa: “era logico”.
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Il carabiniere ha spiegato che l'impronta 33 si distingueva nettamente dalle altre tracce repertate sulla scena. A differenza di alcune impronte prive di dettaglio papillare, questa presentava caratteristiche di particolare leggibilità: era “particolarmente stesa”, “grande”, e mostrava persino una sorta di alone, “una specie di macchia, addirittura una goccia con degli spizi”, nelle immediate vicinanze di una delle dita. Sul piano tecnico, il militare ha ricordato come il sangue reagisca ai reagenti chimici utilizzati in sede di sopralluogo, al pari di altre sostanze organiche: “Il sangue reagisce. Ho fatto un test con l'anidrina: se lascio l'impronta di sangue e la tratto con l'anidrina, può avere una reazione. Anche se rimangono scarti di albume d'uovo, lascio l'impronta, la tratto con l'anidrina, ho la stessa tipologia di reazione”. Ciò che ha suscitato maggiore interesse nel dibattito pubblico è la valutazione sulla posizione dell'impronta. Il carabiniere ha riferito che essa si trovava sulla parete di destra della scala, e che si intravedevano “due o tre dita della mano”. La posizione suggeriva, a giudizio degli investigatori, il gesto naturale di chi scende le scale appoggiandosi al muro. “Faceva senso - ha ripetuto il militare - perché io quando scendo le scale a destra, appoggio a destra in maniera naturale”. E ha chiarito il significato dell'espressione: “Se vuoi tradurre la mia frase, 'faceva senso' era 'era logico'. Era logico supporre che fosse la mano di una persona che si appoggia, che scende alle scale, e fosse una mano destra”. Gli inqurenti, ha aggiunto, tendevano a “ricercare quelli che sono i contatti prodotti da azioni naturali”: un approccio metodologico che porta a privilegiare le tracce coerenti con i movimenti spontanei di chi percorre uno spazio.







