di
Giacomo Candoni
La protesta di Antonino Calì, premiato perché negli anni Settanta aveva liberato degli ostaggi durante una rapina in banca a Trento: «Trattato come un delinquente e condannato a una vecchiaia di stenti»
È la mattina del 2 giugno. In Piazza Duomo a Trento, durante la cerimonia per la Festa della Repubblica, un anziano signore si avvia con discrezione verso il palco delle autorità. Si ferma davanti alla prefetta Isabella Fusiello e le consegna una piccola teca blu che ha in mano. All’interno ci sono due onorificenze che vengono restituite in segno di protesta. L’uomo è Antonino Calì, ex poliziotto. Qualche mese fa è stato sfrattato con la moglie dall’appartamento in cui abitava da 43 anni.
La rapinaPer capire le ragioni del gesto bisogna partire dal 1977. All’epoca Calì è un giovane membro della squadra mobile. Il 28 settembre interviene durante una rapina con ostaggi alla Banca del Lavoro di Trento. Nell'azione muoiono il maresciallo Francesco Maestrelli e due dei quattro rapinatori. Calì contribuisce alla liberazione degli ostaggi e per quell'intervento riceve la medaglia d'argento al valor militare. Sei anni più tardi, nel 1983, prende possesso di uno dei 47 appartamenti destinati alle forze dell’ordine a Ravina, frazione di Trento. Sono immobili del Demanio dello Stato, gestiti dall’Itea (Istituto trentino edilizia abitativa, legato alla Provincia), che li affitta a poliziotti, carabinieri e finanzieri. Nel 1993 entra in vigore una legge (560/93) che riqualifica questi appartamenti come “alloggi di edilizia residenziale pubblica”, e non più “alloggi di servizio”. «Questo provvedimento», chiarisce Calì, «riconosce il diritto a riscattare i nostri appartamenti, ma non viene applicato».











