Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiQualcuno si ricorda della democrazia diretta? Sempre meno la applica il M5S, che pure nella prima versione grillina ne aveva fatto una bandiera. Eppure ce ne sarebbe bisogno.
L'ultimo referendum sulla giustizia, ad esempio, ha dimostrato che l'istituto è vitale. Può sembrare un paradosso: l'affluenza è arrivata proprio quando, in mancanza di quorum, l'esito sarebbe stato valido in ogni caso. In passato, per il Jobs Act e la cittadinanza facilitata, erano arrivati invece i flop. Pur tenendo conto del fatto che il 22 e 23 marzo la mobilitazione è stata alquanto ideologica, è giusto dedurne che la chiamata diretta dei cittadini, se i temi interessano, trova risposta. Delegittimarla se fa comodo, invitando all'astensione, è sbagliato: l'assenza di oggi ne prepara una futura.
Però qualcosa deve cambiare. Cominciando col raddoppio del numero delle firme necessarie per indire i referendum (dalle 500mila attuali a un milione), e con l'abolizione del quorum, così da chiarire che le decisioni in democrazia non le prende chi resta a casa. Seguendo gli esempi europei più avanzati, come quello svizzero, agli attuali referendum abrogativi - e, come l'ultimo, confermativi - se ne dovrebbero affiancare altri: propositivi (in forma di quesito e non di legge articolata), consultivi (per conoscere il parere dei cittadini su argomenti importanti), sospensivi (allo scopo di favorire gli accordi tra i partiti entro tempi definiti). Fondamentale poi il diritto di petizione, individuale e collettivo, anch'esso costituzionale e tutelato dall'Unione Europea, con obbligo di risposta del Parlamento (attualmente non esiste, e tutto va nel dimenticatoio).






