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Alessandra Muglia

Kiev intensifica i colpi coi droni in profondità da Mosca e San Pietroburgo alla Siberia. E lo zar non può più parlare di «normalità»

Soldati impantanati nel fango a terra, mentre è nei cieli che si gioca la grande battaglia dell’Ucraina. L’attacco con droni vicino a Chernobyl di sabato, bollato da Volodymyr Zelensky come «ricatto nucleare», è la rappresaglia alla controffensiva ucraina arrivata fin nel salotto del Cremlino. Mentre sul campo le truppe dell’armata russa stentano ad avanzare e i recenti eventi in Crimea mostrano che Kiev sta riportando qualche successo, a cambiare la natura del conflitto è la campagna di droni a lungo raggio contro infrastrutture critiche ed energetiche russe. Non sono più solo gli scontri in Donbass a decidere i destini della geopolitica europea, ma gli sciami di droni che squarciano i cieli da Mosca a San Pietroburgo fino agli Urali e alla Siberia.

I raid condotti in apertura e chiusura del forum-vetrina di Putin contro più obiettivi simultaneamente — gli arsenali della marina e la base navale di Kronstadt, l’avamposto della Flotta del Baltico russa e un deposito petrolifero a Krasnodar — hanno confermato la capacità di penetrazione acquisita dalle forze ucraine. Kiev, in mancanza di supremazia aerea convenzionale, con i droni è riuscita a portare la guerra nel cuore della Russia. Con un doppio obiettivo. Innanzitutto colpire mezzi bellici e infrastrutture energetiche, quell’industria che finanzia il conflitto e che le sanzioni occidentali non sono riuscite a piegare del tutto: non a caso Zelensky ha ribattezzato i raid «sanzioni a lungo raggio». Poi, infrangere quella percezione di normalità che Mosca ha cercato di garantire alla popolazione.