Biblioteche, archivi, musei, collezioni biologiche ed erbari bruciano. Ma anche la biodiversità, in Ucraina, sta pagando un prezzo carissimo. Ovunque sia in corso una guerra, la distruzione si fa spazio e oltre a perdere infrastrutture, quartieri e storia, rischiamo di perdere qualcosa di meno raccontato, ma ancor più vitale per il nostro futuro: la memoria scientifica della biodiversità. In Ucraina, per salvare informazioni preziose dall'oblio, l’Ukrainian nature conservation group (Uncg) ha creato e pubblicato uno dei più grandi dataset storici mai realizzati nel paese. Quasi 73mila record di specie, tra piante, animali, funghi, protisti e batteri, tutti datati e georeferenziati, recuperati da fonti scientifiche dell’inizio del Novecento.Wired Italia ha intervistato uno dei ricercatori che sta provando a proteggerlo e arricchirlo, Oleksii Vasyliuk: “Per me non si tratta di numeri, bensì di riportare alla luce una conoscenza scientifica che era quasi andata perduta – spiega lo scienziato –. Salvarla diventa importante quanto salvare la natura stessa. Perché senza informazioni su di essa non saremo in grado di ripristinarla”.Un archivio naturale a rischioPiù che un progetto nato per far fronte alla guerra, è un lavoro che viene da lontano, che “non è apparso all’improvviso, fa parte delle nostre attività da molto tempo”, continua Vasyliuk. Il gruppo a cui appartiene lavora infatti da anni alla pubblicazione di dati sulla biodiversità nella Global biodiversity information facility, una piattaforma internazionale che rende accessibili informazioni scientifiche sulla distribuzione delle specie. Nel complesso, i dati pubblicati dal team si avvicinano oggi al milione di record, di cui circa 300mila provenienti da fonti storiche.Il nuovo dataset rappresenta finora uno dei risultati più ambiziosi di questo percorso. È stato costruito analizzando sistematicamente 60 riviste scientifiche ucraine dell’inizio del Novecento e poco note. “La maggior parte dei dati proviene dagli anni Venti e Trenta, quando la ricerca naturalistica in Ucraina era in pieno sviluppo – racconta Vasyliuk –. In quel periodo si moltiplicavano le spedizioni sul campo, nascevano collezioni biologiche e si consolidavano scuole scientifiche. Poi la frattura storica: repressioni, arresti, pubblicazioni cancellate, archivi dispersi”.Per ricostruire questo patrimonio è stato necessario recuperare materiali frammentati e spesso quasi introvabili. “Prima abbiamo dovuto trovare le pubblicazioni. Poi negoziare l’accesso. Poi scansionarle o fotografarle manualmente”, precisa Vasyliuk. Solo dopo questa fase è stato possibile applicare il riconoscimento ottico dei caratteri e iniziare l’estrazione dei dati. Il risultato è un archivio di quasi 73mila record di specie, tutte datate e georeferenziate.Un esempio aiuta a capire il tipo di impatto di questi dati: un piccolo dataset con 747 record botanici raccolti tra il 1967 e il 1989 da Mykhailo Berezhnyj nella regione di Sumy. Durante l’invasione russa, la città di Trostianets, dove lavorava, è stata devastata. “La sua stazione di ricerca, la sua casa, la sua tomba e il suo erbario sono stati completamente distrutti”. Eppure quei dati, una volta digitalizzati, hanno continuato a circolare: in meno di un anno sono stati citati più di 200 volte nella letteratura scientifica internazionale. Il valore complessivo del lavoro sta nella possibilità di ricostruire una storia ecologica altrimenti invisibile: capire quali specie erano presenti in un territorio decenni fa, seguire i cambiamenti nel tempo, o dimostrare la continuità di studi su aree oggi protette.Storia, tecnologia e geografiaIl lavoro è stato in gran parte manuale, lento e ripetitivo, ammette Vasyliuk. “La più grande difficoltà è la mancanza di persone disposte a impegnarsi in questo tipo di lavoro monotono e a lungo termine”. Ogni record richiede lettura, interpretazione e verifica: nomi scientifici, descrizioni di luoghi, riferimenti geografici spesso cambiati o scomparsi. Anche l’accesso alle fonti è stato un ostacolo significativo. “In molti casi si tratta delle ultime copie esistenti di vecchie riviste conservate in biblioteche o archivi”. Non si tratta quindi solo di digitalizzare, ma prima di tutto di recuperare materiali dispersi e ottenere l’accesso alla loro riproduzione.La tecnologia aiuta, ma non sostituisce il lavoro umano. Il riconoscimento ottico dei caratteri viene utilizzato per trasformare i testi in formato digitale, ma “la qualità delle vecchie stampe è spesso scarsa”, ammette Vasyliuk, quindi ogni risultato deve essere controllato manualmente. Lo stesso vale per la georeferenziazione: “È quasi impossibile assegnare automaticamente coordinate ai nomi geografici storici”, che spesso non corrispondono più alla cartografia attuale.A questo si aggiunge il contesto della guerra, che rende tutto più fragile: “Abbiamo trascorso gran parte dell’inverno senza elettricità, al freddo e al buio”, racconta Vasyliuk. Condizioni che interrompono il lavoro e rallentano processi già complessi.Il dataset “must go on”Oggi il dataset è pubblico e accessibile attraverso la Global biodiversity information facility. “Chiunque nel mondo può utilizzarlo, a condizione di citare correttamente la fonte. L’obiettivo è renderlo uno strumento per la ricerca scientifica, ma anche per la conservazione e la pianificazione ambientale”, spiega il ricercatore.Il lavoro però è tutt’altro che concluso. “Quest’anno si prevede di aggiungere fino a 300mila nuovi record. Sempre se avremo sufficiente capacità e condizioni di base per lavorare”, aggiunge. Si tratta di un’estensione significativa di un archivio già molto ampio. Nel lungo periodo, il potenziale è ancora più grande. “In futuro, il volume di questi dati digitalizzati potrebbe aumentare almeno di dieci volte”, anche se serviranno anni di lavoro sistematico, accesso continuo alle fonti e risorse stabili.L’impatto va oltre la scienza. Questi dati diventano fondamentali anche per ricostruire lo stato ambientale e la biodiversità ucraina e dei territori colpiti dalla guerra per valutare ciò che è stato perso. In molti casi, rappresentano l’unica testimonianza di ecosistemi oggi inaccessibili o distrutti. Allo stesso tempo, permettono di riportare nella comunità scientifica internazionale una parte della ricerca ucraina rimasta a lungo poco visibile, integrandola in un contesto globale. Un lavoro che, nelle parole del ricercatore, ha una ragione semplice e radicale: “Senza conoscenza non saremo in grado di ripristinare la natura”.