Zone protette occupate dai militari, bombardamenti, incendi, scontri tra milizie non possono non influenzare anche gli animali selvatici. Ma in che modo la guerra altera il loro comportamento? Per scoprirlo un team internazionale di ricercatori ha confrontato i dati raccolti con il sistema di monitoraggio della fauna selvatica nella zona di esclusione di Chernobyl (o Chornobyl, traslitterando correttamente dalla lingua ucraina) del 2022 - anno dell’inizio dell’invasione russa in Ucraina - con quelli del 2021, scoprendo che, benché non tutte le specie rispondano allo stress allo stesso modo, i danni ecologici sono evidenti fin dalle prime fasi del conflitto. Lo studio è stato appena pubblicato su Science.

(foto: Kateryna Korepanova)

Chernobyl occupata

La zona di esclusione di Chernobyl è un’area di 2600 chilometri quadrati che, dopo essere stata evacuata e posta sotto stretto controllo a seguito del disastro nucleare del 1986, è nel tempo diventata un sito di rewilding. L’assenza completa di attività umane, infatti, ha permesso il ritorno spontaneo della fauna selvatica, che viene monitorata attraverso dispositivi come le fototrappole, cioè telecamere automatiche, attivate da sensori a infrarossi passivi, che scattano immagini ogni volta che rilevano il calore e il movimento di un essere vivente nel loro campo visivo. L’equilibrio della zona di esclusione di Chernobyl, però, è stato rotto con l’invasione della Russia nel febbraio 2022. Alcune truppe hanno preso possesso nel territorio, installato una base militare, scavato trincee, trasformando quello che era diventato un santuario di biodiversità in terreno di scontro.