Dopo tre anni di viaggio, con i piedi stanchi e incalliti, A.D. è arrivato alle porte dell’Europa. Per quattro volte, quando ha provato a entrare in Croazia per chiedere asilo, le ha trovate chiuse. A ventidue anni ha lasciato Nyala, la sua città natale in Sudan, quando il sud del Darfur è caduto nelle mani delle Forze di supporto rapido (Rsf). Il 15 aprile 2023 la milizia ha preso d’assalto le strade, le case, le piazze. Nella sua mente ripercorre i rapimenti, le esecuzioni pubbliche, la scelta di partire. Come lui, tanti sudanesi sono passati attraverso il Ciad e la Libia, alla volta dell’Europa.
COME LUI, TANTI SUDANESI hanno incontrato i confini militarizzati, i manganelli della polizia croata, il rifiuto di registrare la loro richiesta di protezione internazionale nonostante ne avessero pieno diritto, anche e soprattutto quando ne hanno manifestato la volontà. La diaspora sudanese ora è concentrata nelle case abbandonate e nel campo profughi di Bihac,, la cittadina bosniaca da tempo snodo centrale della rotta migratoria che passa per i Balcani, a pochi chilometri dalla Croazia.
«Sono qui da due mesi. La prima volta che abbiamo attraversato il confine eravamo in sette, abbiamo fatto dieci chilometri e poi siamo stati circondati dalle autorità croate. Ci hanno picchiato, spogliato e rubato telefono e soldi», racconta A.D., ripercorrendo i respingimenti collettivi della polizia croata, illegali secondo la Convenzione di Ginevra e la carta dei diritti dell’Unione europea. «Ci hanno percosso talmente forte che uno di noi non riusciva più a camminare, lo abbiamo portato in braccio nella foresta fino alla strada». Una delle pratiche usuali delle forze di frontiera croate è tenere chiusi i migranti in un furgone per ore, con l’aria gelida d’inverno e il calore al massimo l’estate. «Alcuni spesso vomitano per l’assenza di ossigeno», spiega A.D.








