Sta nascosta sotto gli uliveti alla periferia di Sfax, in Tunisia, con il suo bimbo di quasi due anni da troppo tempo. Durante l’ennesimo raid di qualche giorno fa, nel nascondiglio di migliaia di migranti in attesa di partire alla volta dell’Europa, sono state bruciate tende e vettovaglie. La sua vita, ancora una volta, è stata messa a rischio.

Sono tre anni ormai che Amina, 26 anni, scappata dal Gambia per sottrarsi al matrimonio combinato che la famiglia aveva pianificato per lei, prova ad avanzare verso la costa, di chilometro in chilometro, nella speranza di partire. Adesso è al numero 33. Si misura così, da quelle parti, la distanza della speranza verso una vita migliore. Nell’attesa, però, sono i chilometri della disperazione che danno il nome ai villaggi pieni di uliveti dove i migranti, appunto, aspettano. Il chilometro 36, giorni fa, è stato dato alle fiamme e non è rimasto più nulla: soltanto il cielo come riparo.

Amina

«Io e mio figlio non abbiamo il passaporto per provare ad arrivare in Europa con un eventuale contratto di lavoro e pur avendolo sarebbe comunque difficilissimo — racconta Amina — Né è pensabile tornare in Gambia dove la mia famiglia mi ripudierebbe come madre single. La vita qui è un inferno. Ogni giorno in cui restiamo vivi è un miracolo. Voglio arrivare in Italia e voglio arrivarci viva con mio figlio». Senza cibo, né acqua. Senza vestiti sufficienti a ripararsi dal freddo o al contrario mezzi per proteggersi dal sole cocente di questa stagione.