Dopo anni di tensioni e divergenze, Francia e Germania avrebbero deciso di archiviare definitivamente il programma Scaf. La chiusura del progetto, da oltre cento miliardi di euro, apre ora scenari diversi per Parigi e Berlino, da un possibile ritorno francese a una soluzione nazionale fino all’ipotesi di un avvicinamento tedesco al Gcap. Una svolta che ci si aspettava, ma la cui ufficialità cambia tutte le carte in tavola

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.