Sono le dieci di sera quando, ai primi di marzo del 2015, Bastian Obermayer, giornalista del quotidiano di Monaco Suddeutsche Zeitung, riceve una e-mail: “Qui è John Doe. Le interessano dei dati? Vorrei condividerli”. Bastian è in cucina. Ha davanti a sé il portatile, quel messaggio lo incuriosisce. Chi sarà mai John Doe? È un nome convenzionale, usato negli Stati Uniti e in altri Paesi anglosassoni, specialmente nei processi, per coprire un’identità che non può essere rivelata per motivi di sicurezza. Un nome fittizio che, in questo caso, vorrebbe rendere disponibile un leak, una fuga di notizie riservate. Ma a delle condizioni: «Sono file sensibili e potenzialmente pericolosi. Se le mie generalità venissero scoperte, sarei in serio pericolo. Le nostre comunicazioni saranno cifrate. E non ci incontreremo mai di persona. Alla fine, sarà lei a decidere che cosa diffondere». In cambio di che cosa? Soldi? La Suddeutsche Zeitung lo esclude. Panama Papers, una delle più grandi inchieste nella storia del giornalismo, premiata con il Pulitzer, nasce così, casualmente. È stata pubblicata nel 2016, 10 anni fa, dall’Icij, International Consortium of Investigative Journalists di Washington. È il network che ha associato nello scoop oltre 300 giornalisti, per più di 100 testate, tra queste L’Espresso, di 80 Paesi, in cinque Continenti. Ha scoperchiato le tesorerie segrete di imprenditori, politici, capi di Stato e di governo, stelle dello sport, dell’arte e dello spettacolo, criminali e trafficanti di droga. Tutti accomunati da un solo desiderio: occultare in paradisi fiscali i propri patrimoni, gestiti dallo studio legale di Panama Mossack Fonseca, in breve Mossfon, sede all’Arango Orillac Building, in Calle 54 Este. I titolari sono gli avvocati Jurgen Mossack, di origine tedesca, e Ramon Fonseca, panamense. Riavvolgiamo il nastro da Monaco. L’accordo con John Doe è fatto. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, cominciano ad arrivare i documenti, megabyte e gigabyte. Bastian capisce subito che il materiale è esplosivo. Si parla di fondi neri in Sudamerica. Perfino di un certo Sergej Roldugin, citato in relazione a movimenti bancari per svariati milioni di dollari. Roldugin chi? Un violoncellista. Vladimir Putin è un suo strettissimo amico, fin da quando addestrava spie per il Kgb, allora sovietico, che contava, tra i suoi agenti, proprio il fratello di Sergej. Bastian Obermayer, eccitato, informa il suo boss e invita il giovane Frederik Obermaier ad affiancarlo. I tre si rendono conto che il loro giornale, da solo, avrebbe avuto difficoltà a trattare una simile mole di notizie, tutte da verificare. Il 4 marzo Bastian scrive una mail a Gerard Ryle, il direttore di Icij: «Abbiamo una nuova fonte, eccezionale». E spiega cos’ha in mano. Ryle parte per Monaco, incontra i colleghi tedeschi e, in hotel, comincia anche lui a frugare in mezzo a mail, transazioni, contratti, ponendosi una domanda: quali altri media chiamare a raccolta? Va in Inghilterra. Alla fine di un pranzo al Front Line Club di Londra, anche i capi del Guardian e della Bbc sono a bordo. Poco tempo dopo anche l’italiano Leo Sisti, uno degli autori di questo articolo, è a Washington, per una riunione con Ryle e Marina Walker, la vicedirettrice di Icij. Marina anticipa: «C’è una nuova storia per te e per L’Espresso». Con un ordine: firma subito l’impegnativa. Cioè, divieto di divulgazione con chiunque. Pena, l’espulsione dal network. Intanto John Doe continua a caricare di gigabyte i due giornalisti della Suddeutsche Zeitung. I primi 50 vengono riportati su due chiavette usb. Dentro, ci sono carte emesse dallo studio Mossfon per la costituzione di società di comodo, le famose offshore, in oltre 20 paradisi fiscali, dove non si pagano tasse e l’anonimato è garantito: tra gli altri, anche Bahamas, Isole Vergini Britanniche, Seychelles, Bermuda, Samoa, Hong Kong, Malta. Ben presto emerge la strategia dei professionisti di Panama: i loro clienti non sono i vip delle liste. No, quelli veri sono gli intermediari: banche, famosi avvocati internazionali, finanziarie, fiduciarie. In tutto 14 mila, che dialogano direttamente con gli uffici di Mossack Fonseca, una cinquantina, sparsi in tutto il mondo. E che registrano le offshore per conto terzi, celandone i veri proprietari. I gigabyte aumentano. I computer faticano a digerirli. Bastian e Frederik, lo raccontano nel libro Gli affari segreti del potere, chiedono aiuto. Ecco allora che Gerard Ryle procura il Nuix Investigator, un prodigioso software di un’azienda australiana, lo stesso delle indagini forensi. Software, cioè, che «consente di mettere in ordine dati confusi e di realizzare ricerche di testo al loro interno, immagini o scansioni». Vi ricorrono servizi segreti, studi legali, polizie e persino la Sec, l’ente regolatore della Borsa americana. È il prodotto ideale. Ryle riesce a convincere i manager di Nuix a regalargli una licenza. Ormai i numeri si calcolano in terabyte, se ne conteranno alla fine 2,6, per un totale di 11,5 milioni di documenti. Come muoversi in mezzo a questa montagna di carte? Come comprendere se i loro contenuti sono esenti da sorprese, tali da comprometterne la genuinità? Con questo compito, ai primi di maggio del 2015, sbarcano a Monaco due esperti di Washington: Mar Cabra, spagnola, i dati non hanno segreti per lei; Rigoberto Carvajal, della Costa Rica, il programmatore, vero genio. Quando l’inchiesta sarà pubblicata, Icij metterà a disposizione di tutti il database con le informazioni essenziali, ancora reperibile al sito offshoreleak.com, che ha poi convolgliato i dati delle inchieste successive, Offshore Leaks, Pandora Papers, Bahamas Leaks e molte altre, con l’intento di rendere pubblici i dati e consentire a chiunque di accedervi. Un caso unico. Dopo poco più di una settimana il lavoro di controllo è finito. Il progetto è approvato. Avrà un nome in codice, Prometheus. Ovvero, il titano che aveva rubato il fuoco per donarlo all’umanità ed era stato punito da Zeus per un gesto di ribellione. Si fissano due date per la presentazione ufficiale: in giugno, a Washington, presso il National Press Building, per giornalisti americani; in settembre a Monaco, nella sede della Suddeutsche Zeitung, per reporter europei. Siamo oltre 100, tra questi noi de L’Espresso. Qui riferiamo sugli 800 personaggi italiani rintracciati nei documenti, anche qualche mafioso. Poco per volta ci si alterna al microfono per esporre i risultati delle ricerche sui detentori di offshore. Saltano fuori, tra i tanti, nomi sensazionali: il fuoriclasse del calcio Lionel Messi; il padre del premier britannico David Cameron; il presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko; il presidente dell’Argentina Mauricio Macri. E, inoltre, monarchi sauditi e del Marocco; un ministro nigeriano. E poi tanti russi, tutti vicini a Putin. Ne parlano due cronisti di Mosca: Roman Anin e Roman Schleinov. Tutti e due, in seguito, saranno bollati come agenti stranieri, in pratica un gradino sotto quello della spia. Anin sarà anche arrestato per qualche giorno dal servizio segreto Fsb. Per poi scappare dalla Russia, così come Schleinov. Si ritorna così a citare Roldugin, il musicista titolare di conti milionari presso la filiale svizzera del colosso russo Gazprombank, si sospettava per conto di Putin. Se n’è discusso, nel 2023, in un processo a Zurigo. Lo si apprende dall’atto di incriminazione contro quattro banchieri per violazione delle norme antiriciclaggio: i 50 milioni di dollari là depositati non sarebbero «patrimonio di Roldugin». Perché, secondo la sentenza d’appello, del maggio 2026, «si dubita» che sia lui il beneficiario finale. E i banchieri? Condannati solo a una sanzione di 450 mila franchi.Finale di partita. Che fine ha fatto John Doe? È vivo e vegeto, ma teme ancora per la sua vita, ha fatto sapere a Bastian e a Frederik. E lo studio Mossack Fonseca? Ramon Fonseca è morto nel maggio 2024, prima che, in giugno, il suo cofondatore Mossack venisse assolto a Panama insieme ad altri 27 imputati.In compenso, a seguito della pubblicazione di Panama Papers, diversi Stati nazionali hanno recuperato in tutto 1,3 miliardi di dollari da migliaia di persone finite in quell’elenco. In Italia, 64 milioni di euro, riscossi dall’Agenzia delle Entrate. Cifra stimata per difetto. Il resto? Rimasto in tasca agli evasori con le offshore.
Panama papers, anatomia di uno scoop planetario
Alle origini delle rivelazioni sul dossier, l’archivio delle offshore create dallo studio Mossack Fonseca. Una fonte anonima e il lavoro di 300 giornalisti






