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Ultimo aggiornamento: 18:32
di Rosamaria Fumarola
Difficile in questo periodo sottrarsi alla visione dei files di Epstein. Anticipati da un tira e molla riguardo la loro pubblicazione tra l’amministrazione Trump, l’opposizione e i tanti sostenitori dello stesso movimento Maga, hanno creato un eccesso di aspettative, tradite in un primo momento, ma solo in apparenza. Personalmente e a causa del nascondimento di molti dati, maggiore dell’esposizione di quelli fruibili, mi è sembrato di sbirciare tra le foto e le tracce delle vite delle persone, cosa che mi immalinconisce quando, come in questo caso la figura principale di cui si cerca di interpretare l’esistenza non è più in vita.
Cosa significa essere un miliardario? Per rispondere a questa domanda tanti di noi si sono avvicinati agli Epstein files, ricavandone l’impressione di una pienezza nell’ accesso alle esperienze del mondo, che tutti forse vorremmo avere: luoghi meravigliosi vissuti ed immortali sempre con gioia, senza nessuna apparente incrinatura. La mole enorme dei documenti è tutta di questo tenore e lo stesso Epstein, per non parlare di Ghislaine Maxwell, dovunque siano e con chiunque si accompagnino, appaiono sempre sorridenti. Se di mestiere non si è agenti dell’Fbi o criminologi, il solo elemento che turba l’idillio dei momenti ritratti è proprio la narrazione, sempre esaltante e per questo a mio avviso sospetta, innaturale. È una spia macroscopica del lavoro di redazione che ne ha preceduto la pubblicazione, a cui vanno aggiunte le tante smagliature di comunicazione da parte dell’amministrazione Trump, non ultima quella dell’annuncio della divulgazione di una parte ulteriore dei files, quella più scabrosa, solo però tra i membri del Congresso.







