Quando Marina Lacerda ha deciso di raccontare pubblicamente che Jeffrey Epstein aveva abusato di lei quando aveva 14 anni, pensava che la parte più difficile fosse ormai alle spalle. Si sbagliava. A settembre scorso, durante una conferenza stampa organizzata insieme ad altre vittime per chiedere la pubblicazione degli Epstein files, qualcuno ha lasciato un commento online: “Farà una brutta fine. Avrebbe dovuto stare zitta”. Era soltanto l'inizio.

Pochi mesi dopo il suo nome è comparso almeno 46 volte nei documenti del Dipartimento di Giustizia americano pubblicati con oscuramenti incompleti. Da allora è stata definita una bugiarda, una poco di buono, le è stato detto che meritava ciò che le è accaduto. Persino sua figlia, dodicenne, è stata presa di mira dai compagni di scuola, che le chiedevano se fosse figlia di Epstein. Oggi vive in un complesso residenziale sorvegliato e tiene una pistola sul comodino. “Ho paura che qualcuno possa entrare in casa”, racconta. “Vivo in uno stato di allerta costante”.

La sua storia è tutt'altro che un'eccezione. Reuters ha identificato 23 donne che accusano Epstein di aver abusato di loro e che, dopo aver scelto di esporsi pubblicamente o essere state identificate nei documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia, si sono ritrovate a fare i conti con una nuova forma di violenza. L'agenzia ha raccolto le loro testimonianze, esaminato atti giudiziari e rapporti di polizia, analizzato migliaia di contenuti pubblicati online. Ne è emerso un quadro inquietante: c'è chi ha sorpreso sconosciuti mentre fotografavano la loro abitazione, chi ha notato auto ferme per ore davanti a casa, chi ha ricevuto telefonate da persone che sostenevano di conoscere il loro indirizzo. Diverse donne raccontano di non uscire più da sole.