Per il corpo scatta l’ora della reinvention. La conferma arriva dalle passerelle dove nelle ultime sfilate le modelle plus-size erano lo 0,3% rispetto allo 0,9% della scorsa primavera. “Quello a cui stiamo assistendo non è la negazione della body positivity quanto una ridefinizione dei modelli estetici”, sostiene Giulia Ceriani, semiologa e presidente di Baba Consulting. Un segnale complesso da decodificare, anche a causa della moltiplicazione delle fonti che lo influenzano. Eppure, è proprio a questa pluralità che la positività corporea deve i suoi natali: “Le persone hanno iniziato a mobilitarsi per il fat activism negli anni 60, ma è solo con il boom del microblogging e del femminismo digitale che abbiamo iniziato a liberarci dalla vergogna legata al peso”, osserva Gemma Lucy Gibson, docente di sociologia del corpo all’Università di Sheffield e autrice del saggio The Body Positivity Movement: A Story of Acceptable Fatness (Emerald Publishing). “Oggi il movimento ha contribuito a infrangere una normatività univoca. Il corpo non è più il simbolo univoco di un’epoca, come lo erano la prosperità ottimista degli anni Cinquanta, la snellezza dei Sessanta e la fluidità sessuale del decennio successivo. La visione è adesso capace di includere codici differenti, anche legati al benessere e alla salute, senza ridurli a un unico ideale”, aggiunge la semiologa.
La fine della body positivity: ora si punta alla reinvention
Il corpo smette di essere rappresentazione di sé per diventare un progetto sul quale investire risorse ed energie. Tramonta così il fenomeno della positivity, …










