È una trincea invisibile quella che per anni ha attraversato i corridoi dell’ospedale più importante del Mezzogiorno. Una trincea in cui la paura del malato sbatte sulla penna fredda che firma registri e compila cartelle cliniche. In questo scenario a tinte fosche si è consumata la parabola di Paolo Iannelli, ex primario della divisione di Ortopedia del Cardarelli. Un percorso culminato, a inizio marzo, nel verdetto della sesta sezione penale della Corte di Cassazione presieduta da Giorgio Fidelbo. Con il deposito delle motivazioni, pochi giorni fa, i magistrati di legittimità hanno spiegato le ragioni con cui hanno blindato il nucleo dell'accusa: le concussioni ai danni di quattro pazienti, dirottati dalle cure pubbliche a quelle private grazie allo spettro delle interminabili liste di attesa.

Le motivazioni Il documento della Suprema Corte sgretola il complesso mosaico di eccezioni procedurali sollevate dai legali del medico, gli avvocati Gian Domenico Caiazza e Maurizio Lojacono. Chiarito anche il ribaltamento del verdetto per il coimputato, l’ortopedico Mario Chiantera, assistito dal penalista Claudio Lanzotti, il cui ricorso è stato integralmente accolto, cancellando la condanna a due anni e otto mesi. Le motivazioni ripercorrono dunque il cortocircuito sistematico consumatosi tra il 2006 e il 2010. Da un lato il Cardarelli, struttura pubblica perennemente ingolfata e alle prese con interminabili liste di attesa; dall'altro la clinica privata Villa del Sole, di cui Iannelli era amministratore e socio. Nel mezzo, pazienti fratturati e sofferenti in attesa di cure.Napoli, controlli a Chiaia: sanzionati tre locali, non hanno rispettato la nuova ordinanzaIl meccanismo era tanto semplice quanto cinico. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, richiamano infatti l'ipotesi d'accusa secondo la quale l’ex primario «avrebbe prospettato ai pazienti sottoposti alle sue cure e bisognosi di interventi chirurgici di urgenza la necessità di attendere tempi lunghi e la sussistenza di difficoltà logistiche nell'effettuazione dell'intervento al Cardarelli, adducendo elementi ostativi capziosi o falsi». Lo scopo di questo sbarramento psicologico era lineare: bloccare i malati già ricoverati nella struttura pubblica e, dopo le dimissioni, spingerli a trasferirsi nella clinica di via Tasso, dove venivano «operati privatamente dietro pagamento di danaro nelle mani dello stesso» medico. I testimoni Nel testo della sentenza, i giudici di piazza Cavour analizzano i tentativi della difesa di far leva su presunti vizi di forma, come l'orario di deposito delle proroghe d'indagine in cancelleria, avvenuto pochi minuti dopo la chiusura al pubblico. Una tesi definita infondata dalla Cassazione, la quale ha chiarito che il deposito oltre l'orario non può costituire ragione di nullità. Crolla anche la tesi sulle intercettazioni “esplorative”.Fuorigrotta, rapina un orologio di lusso: arrestato dopo una colluttazione con la poliziaGli Ermellini hanno poi messo nero su bianco il passaggio chiave che dà valore ai verdetti di merito. La condanna d'appello - a 7 anni e 11 mesi, a fronte di quella precedente a 9 anni - dopo che la prescrizione aveva già cancellato i reati di associazione per delinquere e falso, regge non per meri tecnicismi, ma perché i giudici di secondo grado hanno deciso «ponendo a fondamento del proprio convincimento le testimonianze rese nel dibattimento dalle persone offese». Il ricatto Non ipotesi e teoremi, dunque, ma la viva voce dei malati che in aula hanno raccontato il ricatto subito in un momento di fragilità. Resta fermo l'obbligo di risarcire le parti civili, con in testa l’ospedale Cardarelli, rappresentate dagli avvocati Giuseppe Pellegrino e Giuseppe Scarpa. Il caso, sotto il profilo accusatorio, è chiuso: quattro ipotesi di concussione confermate e cinque dichiarate prescritte. Si torna ora in Corte di appello per la sola rideterminazione della pena. Un passaggio tecnico che non muta la sostanza della responsabilità penale. La colpevolezza dell’ex primario di Ortopedia del Cardarelli è ormai un dato acquisito.