Silenziata per anni e spesso minimizzata come "semplice dolore mestruale" l’endometriosi è una patologia che colpisce, nel mondo, il 10% delle donne in età riproduttiva ma in Italia i dati ufficiali sembrano raccontare una storia diversa. La diagnosi ufficiale di endometriosi riguarda appena l’1,4% della popolazione femminile italiana tra i 15 ed i 50 anni. A che cosa è dovuto questo divario? Le statistiche nazionali si basano esclusivamente sulle schede di dimissione ospedaliera (Sdo) e questo sistema registra solo le pazienti ricoverate o sottoposte a interventi chirurgici. Tutte le altre donne, ad esempio quelle che ricevono una diagnosi durante una visita ambulatoriale o tramite esami radiologici (come ecografie e risonanze), restano escluse dal conteggio.

L'endometriosi è una patologia cronica che nasce da un malfunzionamento del tessuto che riveste l'interno dell'utero chiamato endometrio. Questo tessuto è biologicamente programmato per crescere ogni mese e poi sfaldarsi durante il ciclo mestruale. In chi soffre di questa malattia frammenti di tessuto simile all'endometrio iniziano a svilupparsi al di fuori della loro sede naturale e si insediano su organi come ovaie, intestino o vescica, dove continuano a rispondere agli stimoli ormonali, sanguinando, esattamente come farebbero all'interno dell'utero. Il problema è che questo sangue non ha una via d’uscita verso l’esterno e rimane intrappolato nell’addome, scatenando un’infiammazione cronica che, col tempo, può portare a dolori lancinanti, cicatrici interne e aderenze tra gli organi. È fondamentale comprendere che l’impatto di questa condizione supera i confini dell’apparato riproduttivo e coinvolge ogni aspetto della quotidianità. I sintomi non causano solo una disabilità fisica, spesso invisibile, ma generano anche pesanti ripercussioni sulla salute mentale delle donne che ne sono colpite.