Se la riforma Schillaci andasse in porto così come prevede al momento la bozza del ministero della Salute, per mantenere il rapporto ottimale di 850 bambini assistiti per ogni pediatra servirebbero 4mila professionisti in più. Difficile immaginare dove possano essere trovati, considerando che già oggi ne mancano circa 500 (l’80% dei quali in Lombardia, Piemonte e Veneto) e che nei prossimi cinque anni oltre 1500 andranno in pensione. Con questi numeri, il sistema già fatica a garantire copertura, accessibilità e continuità delle cure. Eppure il riordino dell’assistenza primaria a cui lavora il governo punta ad ampliare ulteriormente ruolo e platea dei pediatri di libera scelta, aumentando la loro presenza nelle Case della Comunità ed estendendo l’età degli assistiti fino ai 18 anni. Uno sforzo non sostenibile secondo gli stessi pediatri, che hanno criticato il provvedimento e richiesto modifiche. E che viene definito addirittura “irrealistico” dall’ultimo report della Fondazione Gimbe.

È ancora una volta l’organizzazione presieduta da Nino Cartabellotta, infatti, a denunciare i cortocircuiti delle misure sanitarie introdotte dall’esecutivo. Nel mirino c’è soprattutto l’estensione dell’assistenza fino al compimento dei 18 anni. Oggi il pediatra è obbligatorio fino all’età di 6 anni. Poi, nella fascia 7-14 anni, i genitori possono scegliere tra pediatra e medico di medicina generale. Superata questa età, infine, il passaggio al medico di famiglia è automatico, salvo proroghe fino ai 16 anni per patologie croniche o disabilità. La riforma ribalterebbe questo schema, rendendo il pediatra il riferimento esclusivo fino alla maggiore età. Per Schillaci si tratta di “una misura strategica”, pensata per garantire “continuità assistenziale lungo tutta l’età evolutiva” e superare un meccanismo che finora rischiava di interrompere i percorsi di cura “in una fase delicata della crescita”.