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Marco Imarisio, inviato a Parigi
Binaghi e i segreti del tennis italiano: dall'esempio di Sinner all'etica del lavoro che ha contagiato Berrettini e gli altri. E su Cobolli in finale con Zverev: «Sascha è favorito, ma deve farsi venire i dubbi. Ogni Slam può essere quello buono»
PARIGI Era molti anni fa. Un giovane Angelo Binaghi, precocemente strappato a una carriera da ingegnere dalla passione per il tennis, allena nella sua Sardegna due under 16, Stefano Mocci e Anna Floris. Si rivolge al centro, ovvero alla Federazione, per chiedere un aiuto. «Mi risposero che forse li avrebbero convocati al centro di Riano. Poi mi fecero cadere dall’alto un contributo, subito ritirato perché mi ero schierato contro i vertici di allora. Quello fu il momento in cui pensai che un giorno, se fosse toccata a me la gestione del nostro tennis, avrei cambiato quel sistema centralizzato e oligarchico, capovolgendone la struttura».
Adesso che è presidente dall’altrettanto lontano 2001, Binaghi non ha perso molto dell’irruenza verbale che lo contraddistingue, e del modo quasi fisico che ha di vivere le partite degli italiani. «Anche l’altro giorno, durante i quarti di finale di Cobolli contro Auger-Aliassime, i rappresentanti del Canada mi guardavano un po’ perplessi. Ma è più forte di me, io non sono un esperto, io sono un tifoso dei nostri giocatori».














