Una donna trasferita in una struttura sanitaria del Riminese dopo un lungo ricovero in Puglia, un’infezione che nel giro di poche settimane si trasforma in una grave sepsi e infine il decesso. È una vicenda che ha un importante collegamento con il territorio riminese quella al centro della sentenza con cui la Corte d’Appello di Bari ha riconosciuto agli eredi della paziente un risarcimento di oltre 104 mila euro. La storia risale al 2012. La donna, già affetta da diverse patologie e colpita da un grave ictus cerebrale, era stata ricoverata il 4 agosto nel reparto di rianimazione degli Ospedali Riuniti di Foggia. Dopo circa un mese di degenza, il 29 agosto, venne trasferita al centro di riabilitazione della provincia di Rimini. Fu proprio all’arrivo nella struttura romagnola che emerse un quadro clinico molto preoccupante legato alla presenza del batterio Klebsiella Pneumoniae resistente agli antibiotici, un microrganismo spesso associato alle infezioni ospedaliere. Secondo quanto ricostruito nel processo, la paziente risultò positiva a questo batterio già durante il ricovero a Foggia. I consulenti nominati dalla Corte hanno evidenziato che la donna non sarebbe stata sottoposta ai controlli previsti all’ingresso nel reparto e che, una volta scoperta la presenza del batterio, non sarebbero stati effettuati monitoraggi adeguati per verificare l’evoluzione della situazione. Quando la donna arrivò nella struttura riminese, i medici eseguirono immediatamente nuovi accertamenti. Nel giro di pochi giorni emerse che il batterio era ormai entrato nel sangue e aveva provocato una grave sepsi, cioè una risposta incontrollata dell’organismo a un’infezione che può portare al danneggiamento di organi vitali. Nonostante le cure e una terapia antibiotica mirata, la paziente morì il 29 settembre 2012. Nel primo grado di giudizio il Tribunale di Foggia aveva respinto la richiesta di risarcimento avanzata dai familiari. La Corte d’Appello di Bari ha però ribaltato in parte quella decisione dopo una nuova consulenza tecnica. I giudici hanno ritenuto che non sia possibile affermare con certezza che le omissioni dei sanitari abbiano causato direttamente la morte della donna, anche perché la paziente era già in condizioni molto gravi a causa delle numerose patologie di cui soffriva. Tuttavia la Corte ha riconosciuto che quelle omissioni hanno fatto perdere alla paziente una concreta possibilità di sopravvivere più a lungo o di avere un esito diverso della malattia. Per questo motivo la Corte ha condannato l’azienda pugliese a versare agli eredi della donna oltre 104mila euro. Al contrario, dalla sentenza emerge che la struttura riminese non è stata ritenuta responsabile. Anzi, i consulenti nominati dalla Corte hanno scritto che la condotta dei sanitari della struttura riminese "deve essere considerata ineccepibile".
Paziente uccisa da batterio: risarciti i familiari
Una donna trasferita in una struttura sanitaria del Riminese dopo un lungo ricovero in Puglia, un’infezione che nel giro di...







