HomeFerraraCronacaVasco, doppio delirio . Ovazione dei 60mila. Il saluto del rocker : "Ferrara, bellissima"Nella seconda serata un nuovo crescendo di emozioni al parco Bassani "Siamo soli. Ma siamo tanti e siamo vivi". E torna a scorrere il sogno.Nella seconda serata un nuovo crescendo di emozioni al parco Bassani "Siamo soli. Ma siamo tanti e siamo vivi". E torna a scorrere il sogno.Ricevi le notizie de il Resto del Carlino su GoogleSeguiciI brividi che senti salire sono quelli che ancora non riesci a capire. Ma tu, quel brivido, l’hai fatto provare a tutti. Nessuno escluso. È un mare di folla che lo accoglie. "È un posto bellissimo, questo a Ferrara". Il Blasco si presenta al cospetto del suo pubblico con l’expertise di chi sa che cosa vuole la gente. E ieri sera, voleva andare al massimo. C’era spazio al massimo per un fegato spappolato. Il sax graffia i cuori sulle note di Ciao. È un tripudio che non conosce fine.
Il pubblico ha quasi un approccio fideistico, come sentire il verbo del messia che ti indica la strada. Domani si, adesso no. C’è solo tempo per le sue note, per sentirsi – al parco Bassani - come Steve McQueen. Un po’ Roxy bar, un po’ spericolati aggrappati a quel sogno di superare la Noia, di scavallare il Lunedì, e di sentirsi solo noi. Quell’alchimia al Bassani ieri si sentiva. A perdita d’occhio. Per tutti quelli – come a queste latitudini – che ci hanno creduto. Ma non siamo soli, come ha cantato il Blasco. Siamo in tanti, tantissimi. Il sindaco Alan Fabbri, e prudentemente soddisfatto. "Aspettiamo la fine", però "tutto bellissimo". La macchina organizzativa è mostruosa. Fila tutto alla perfezione, nei minimi dettagli. La due giorni del Blasco, per noi che c’eravamo anche tre anni fa, conferma una scommessa – all’epoca si – che risponde al nome di Bruce Springsteen. No surrender è diventata un inno: sempre avanti. Come è stato fatto, nonostante tutto. E la città ha risposto. Il mondo ha risposto. I riff di chitarra elettrica invadono il parco. Il suo pubblico salta. Canta, si sgola. È un inno collettivo, qualcosa che parla all’anima strofa dopo strofa. Vasco è capace di farti perdere il controllo, di farti danzare con le braccia al cielo, cantando a squarciagola. Ma anche di farti pensare, di fermarti e quasi sussurrare. Dura poco, bisogna aspettare che arrivi la fine. Quella che nessuno vuole, anche se ci si lascia bene con Albachiara. I volti delle persone si pit - tre - raccontano ognuna una storia diversa. Si percepiscono accenti differenti, che trovano una sintesi - anzi - un’armonia quando arriva Sally. Perché in fondo, chi non ha pensato di raggiungere, almeno una volta, quell’equilibrio sopra la follia. Che Vasco chiama Vita. Idealmente il concerto ha un equilibrio. Lo spartiacque è l’interludio, dove i suoi elettronici, lasciano prima il posto agli arpeggi acustici, poi ai vocalizzi di una corista da pelle d’oca. E il botta e risposta tra chitarre elettriche è qualcosa di sublime. Stef Burns, stuzzica le sei corde della sua Fender Stratocaster in modo divino. È un tutt’uno. L’antipasto della Marea. Quando il rocker di Zocca torna sul palco. Tripudio nel tripudio. Cambio d’abito e si riparte. È sempre un chiodo in pelle, però. Quasi una divisa per ogni rockstar che si rispetti. E Vasco nel Pantheon ci entra senza chiedere il permesso, dalla porta principale. Siamo qui, siamo vivi, tutto può succedere. E in qualche modo tutto è successo.









