Per decenni gli archivi della sicurezza pubblica hanno funzionato come stanze separate. Ora, con Police-One, le cose potrebbero cambiare. Fino ad oggi, da una parte c'erano segnalazioni e precedenti penali, dall’altra impronte digitali e fotografie segnaletiche, e ancora informazioni investigative o amministrative raccolte per finalità specifiche. Police-One, il progetto con cui il ministero dell’Interno sta ridisegnando l’architettura digitale delle forze di polizia italiane, nasce per superare questa logica: collegare archivi diversi e trasformarli in un unico ecosistema informativo.Avviato il 7 aprile 2025 e finanziato nel quadro del Programma operativo complementare - Poc Legalità 2014–2020, Police-One viene descritto dal Viminale come un programma di “reingegnerizzazione” delle banche dati, finalizzato a migliorare la qualità delle informazioni, ridurre le duplicazioni e velocizzare le attività di ricerca e consultazione da parte degli operatori autorizzati.Il progetto vale 82,7 milioni di euro: 50,5 milioni arrivano dal Poc Legalità, 22,7 milioni sono a carico del Viminale, altri 9,4 milioni coprono la manutenzione ordinaria con fondi dell’Amministrazione. Il cronoprogramma del progetto prevede una durata di 24 mesi dall'aprile 2025. Si tratta però della fase di implementazione della nuova infrastruttura e non della sua durata operativa, che nelle intenzioni del Viminale è destinata a sostituire progressivamente gli strumenti attualmente in uso.Nella documentazione ufficiale, il progetto viene presentato come una delle principali iniziative di trasformazione digitale del dipartimento di pubblica sicurezza. L’obiettivo dichiarato è superare la frammentazione degli archivi accumulatasi nel corso degli anni e permettere alle diverse componenti delle forze dell’ordine di accedere a informazioni organizzate in maniera più coerente e integrata.Raccontato in questi termini, Police-One potrebbe apparire come un semplice aggiornamento tecnologico. In realtà il progetto si inserisce in un cambiamento molto più ampio che negli ultimi anni ha interessato l’intera Europa: riguarda meno la raccolta di nuovi dati e molto di più la capacità di mettere in relazione quelli già esistenti. Per comprendere la portata del cambiamento bisogna quindi guardare oltre i confini italiani.L'identità come infrastrutturaIl cuore di Police-One è rappresentato dal Codice univoco identificativo, o Cui. Secondo il ministero dell'Interno, questo identificatore consentirà di associare a ogni soggetto presente negli archivi una chiave univoca capace di collegare informazioni provenienti da sistemi separati.La funzione immediata è facilmente comprensibile. Una persona fermata per un controllo potrebbe comparire in archivi differenti con dati registrati in momenti e contesti diversi. Il Cui nasce per collegare queste informazioni e consentire agli operatori di visualizzarle come riferite allo stesso soggetto. Il risultato atteso è una riduzione delle incongruenze e una maggiore rapidità nelle attività investigative.Le applicazioni previste non riguardano soltanto le indagini. Nella documentazione del progetto, il ministero dell'Interno indica tra gli obiettivi anche il supporto alle verifiche operative sul territorio attraverso dispositivi mobili in dotazione a Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza. L'idea è consentire agli operatori di accedere più rapidamente alle informazioni disponibili durante controlli e accertamenti, riducendo i tempi necessari per consultare archivi differenti.Tuttavia, fermarsi a questa descrizione significherebbe cogliere soltanto una parte del fenomeno. Il Cui non è semplicemente un codice, è il meccanismo che rende possibile una diversa organizzazione delle informazioni. Più che una nuova banca dati, Police-One introduce una nuova logica di lettura delle banche dati esistenti. Gli archivi continuano a esistere, ma smettono progressivamente di essere consultati come contenitori separati e iniziano a essere interpretati come componenti di un'unica infrastruttura.Da questo punto di vista, il progetto italiano sembra seguire una tendenza che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente anche a livello europeo. La questione centrale è come le informazioni in possesso delle autorità vengano collegate tra loro. Un concetto sintetizzabile in una parola destinata a diventare sempre più importante nel lessico della sicurezza digitale: interoperabilità.La lunga marcia dell'interoperabilità europeaQuando il ministero dell'Interno si riferisce al concetto di interoperabilità non fa riferimento a qualcosa di inedito. Negli ultimi anni questa parola è diventata uno dei pilastri delle politiche europee in materia di sicurezza, gestione delle frontiere e cooperazione di polizia.Nel corso degli ultimi decenni l'Unione europea ha costruito una costellazione di grandi sistemi informativi destinati a supportare attività diverse: il Sistema di informazione Schengen (Sis) per segnalazioni e persone ricercate, il Visa information system (Vis) per la gestione dei visti, Eurodac per l'identificazione dei richiedenti asilo e, più recentemente, l'Entry/Exit system (Ees) e l'European travel information and authorisation system (Etias), destinati a rafforzare il controllo delle frontiere esterne.Sono archivi digitali nati in momenti diversi, per finalità differenti e su basi giuridiche distinte. Per anni hanno funzionato come sistemi separati. Il problema, dal punto di vista delle istituzioni europee, era che un agente di frontiera, un funzionario consolare o un operatore di polizia doveva consultare più liste separatamente per verificare le informazioni disponibili su una stessa persona. È da questa esigenza che nasce il progetto europeo di interoperabilità.Attraverso una serie di regolamenti approvati tra il 2019 e il 2024, Bruxelles ha progressivamente costruito un'infrastruttura destinata a permettere il dialogo tra sistemi. Il processo è coordinato da Eu-Lisa, l'agenzia europea responsabile della gestione delle grandi infrastrutture digitali nel settore della giustizia e degli affari interni. Il risultato è una rete composta da diversi strumenti tecnologici che lavorano insieme.Lo European search portal permette agli operatori autorizzati di effettuare una singola ricerca e ricevere risultati provenienti da più sistemi contemporaneamente. Lo Shared biometric matching service consente il confronto tra dati biometrici. Il Common identity repository raccoglie informazioni identificative provenienti da diversi paesi europei, mentre il Multiple identity detector è progettato per individuare identità multiple o potenzialmente fraudolente.L'Europa sta costruendo un'infrastruttura che consente alle banche dati esistenti di funzionare come un sistema coordinato. Si tratta di una trasformazione che negli ultimi anni è passata quasi inosservata nel dibattito pubblico, spesso concentrato sugli aspetti più visibili della sorveglianza digitale, come il riconoscimento facciale o l'intelligenza artificiale. Eppure l'interoperabilità rappresenta probabilmente uno dei cambiamenti più significativi avvenuti nell'architettura informativa della sicurezza europea.Da questa prospettiva, Police-One non sembra più un'iniziativa isolata del Viminale, bensì il tassello nazionale di una trasformazione che attraversa ormai l'intero continente.Da Prüm a Prüm IIUno degli sviluppi più recenti dell’interoperabilità è rappresentato dal regolamento europeo conosciuto come Prüm II.Il nome richiama il Trattato di Prüm, dal nome della città tedesca dove è stato firmato nel 2005 da alcuni stati membri e successivamente integrato nel quadro normativo dell'Unione europea. L'obiettivo originario era relativamente circoscritto: facilitare lo scambio automatizzato di profili Dna, impronte digitali e dati relativi ai veicoli immatricolati. Il sistema prevedeva che uno stato potesse interrogare il database di un altro stato per verificare che ci fosse corrispondenza. Soltanto in caso di esito positivo sarebbe iniziata la procedura successiva volta a ottenere ulteriori informazioni. Per quasi vent'anni questo meccanismo ha rappresentato uno dei principali strumenti di cooperazione di polizia all'interno dell'Unione europea.Con l'approvazione nel 2024 del regolamento Prüm II, la normativa ha esteso l’accesso alle immagini facciali, introdotto la possibilità di effettuare ricerche nei riferimenti contenuti nei fascicoli di polizia nazionali e creato una nuova infrastruttura tecnica destinata a rendere più rapido e automatizzato lo scambio di informazioni tra gli stati membri. Anche Europol, l’Agenzia europea per la cooperazione nell'attività di contrasto, acquisisce un ruolo più ampio. Il personale di Europol può interrogare la banca dati per supportare le indagini degli stati che ne fanno parte e contribuire all'identificazione di collegamenti tra casi transnazionali. Una scelta che si inserisce in una più ampia tendenza europea ad attribuire all'agenzia maggiori capacità di analisi e coordinamento dei flussi informativi.Per anni la cooperazione di polizia europea è stata costruita attorno allo scambio di dati tra sistemi separati. Con l'interoperabilità e con Prüm II, il focus si sposta progressivamente verso la costruzione di ambienti informativi capaci di collegare archivi differenti attraverso strumenti di ricerca comuni e identificatori condivisi.In questo senso, il Cui previsto da Police-One e le nuove infrastrutture europee sembrano rispondere alla stessa esigenza: rendere più semplice la costruzione di connessioni tra informazioni provenienti da fonti diverse.Quando i dati iniziano a parlarsi, è più facile condividere gli erroriL'idea di rendere interoperabili le banche dati europee non è mai stata accolta senza critiche. Spesso il dibattito pubblico ha ridotto la questione a un problema di privacy.Le osservazioni formulate negli anni da autorità indipendenti e organizzazioni per i diritti digitali raccontano una preoccupazione più complessa. Cosa accade quando informazioni costruite per finalità differenti diventano leggibili all'interno dello stesso ambiente operativo?Nel 2023 il Garante europeo della protezione dei dati (Edps), commentando gli aspetti tecnici dello European search portal, ha sottolineato l'importanza di definire con precisione profili di accesso, autorizzazioni e limiti operativi per gli utenti. Non si tratta di una preoccupazione nuova. Già durante il dibattito sull'interoperabilità europea del 2018, l'European Data Protection Supervisor aveva avvertito che il nuovo modello "non modificherebbe soltanto in modo permanente e profondo la struttura e il funzionamento di questi sistemi, ma cambierebbe anche il modo in cui i principi giuridici sono stati interpretati finora in questo ambito, segnando un vero e proprio punto di non ritorno".Dietro queste osservazioni apparentemente tecniche si nasconde una questione più ampia. Se un'informazione errata viene associata a una persona, il rischio non riguarda più soltanto il singolo archivio in cui è contenuta. Quell'informazione può emergere durante controlli, verifiche o attività investigative condotte attraverso strumenti diversi.Anche l'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali già nel 2018 ha espresso riserve sul progetto di interoperabilità. Tra i temi evidenziati figurano il rischio di propagazione degli errori, le difficoltà nella rettifica delle informazioni inesatte e la necessità di garantire un controllo effettivo sui dati utilizzati nei processi decisionali.Il problema è tutt’altro che teorico. Le grandi infrastrutture informative, infatti, tendono a produrre un effetto a cascata. Un dato inesatto inserito in un archivio può essere replicato, associato ad altre informazioni e acquisire una sorta di autorevolezza amministrativa semplicemente perché compare in più contesti. Quando la ricerca diventa trasversale, anche l'errore può diventare interoperabile.Le critiche più radicali arrivano però dalle organizzazioni che monitorano da anni l'evoluzione delle politiche europee della sicurezza. In un'analisi dedicata proprio all'interoperabilità, Statewatch sostiene che l'architettura costruita dall'Unione europea rischia di produrre una forma di centralizzazione funzionale delle informazioni, anche se le banche dati continuano formalmente a esistere come archivi singoli. Sul piano giuridico tutti questi archivi sono distinti e regolati da norme diverse, sul piano operativo, però, c’è la possibilità di consultarli attraverso strumenti comuni. Formalmente le banche dati restano separate. Operativamente iniziano a comportarsi come parti di un’unica infrastruttura.È una trasformazione che riguarda direttamente anche Police-One. Il progetto del Viminale non prevede la creazione di una gigantesca banca dati nazionale che sostituisca tutti gli archivi esistenti. L’obiettivo è costruire i collegamenti necessari per permettere agli archivi di interagire, utilizzando il Cui come elemento di raccordo tra informazioni provenienti da fonti differenti.Le domande ancora apertePolice-One vuole rendere più efficiente il lavoro investigativo e ridurre la frammentazione delle informazioni. Ma resta da capire come verranno definiti i gradi di accesso ai dati, quali garanzie accompagneranno il nuovo meccanismo e quali strumenti saranno previsti per individuare e correggere eventuali errori.Sono dubbi che hanno accompagnato anche il dibattito europeo sull'interoperabilità e che oggi riemergono nel contesto italiano. Perché quando archivi costruiti per finalità differenti iniziano a dialogare tra loro, in ballo non c’è solo l'efficienza del sistema, ma anche la scelta delle regole che ne governano il funzionamento.
Police-One, ecco il nuovo codice che collega le banche dati della polizia italiana
Il Viminale sta ridisegnando gli archivi della sicurezza pubblica attorno a un identificativo unico. Ma quando la ricerca diventa trasversale, anche l’errore può diventare “interoperabile”
Il Ministero dell'Interno avvia Police-One per collegare le banche dati della polizia tramite un codice univoco (82,7 mln €, 24 mesi da aprile 2025). Trasforma dati frammentati in infrastruttura integrata seguendo il paradigma europeo di interoperabilità per accelerare ricerche investigative.














