È quasi estate, e noi persone dabbene convinte di essere colte programmiamo viaggetti per scappare dalle cose brutte. Per quel che si può, alcuni di noi organizzano vacanze presunte colte lillipuziane. Nel senso che visitiamo paesi, musei, chiese e pure castelli (se non c’è la visita guidata) che stanno alle capitali, ai grandi musei e alle cattedrali famosissime come il piccolissimo popolo di Lilliput stava a Gulliver. A volte non visitiamo niente, troviamo una piazza e un bar e sediamo felici. Questo turismo minimalista ha molti vantaggi. Fa lavorare il cervello: bisogna individuare vari posti piccoli e validi, creare itinerari, studiare storia, artisti, architetti e cucine meno note. Fa risparmiare: le città d’arte lillipuziane costano meno delle grandi e famose, e in Italia ce ne sono talmente tante da evitare viaggi in aereo sempre più cari. Fa bene alla psiche: ci si rilassa di più che in centri storici strapieni di altri turisti e di ristoranti di pasta coi sorci (così si chiamano a Roma i locali per visitatori esteri, ed è giusto); e non si fanno file giganti, quelle che occupano buona parte del tempo nei luoghi famosi. Poi, certo, si è vista una pala di Lorenzo Lotto, ma vicino, e non la Gioconda di Leonardo da lontano (se ci si arriva; l’anno scorso provai a tornare al Louvre in un livido mercoledì di gennaio; alle nove meno un quarto c’erano centinaia di asiatici in attesa, ed era la fila con già il biglietto). Non bisogna sentirsi sminuiti, bisogna vantarsi dicendo la verità. Che la Pinacoteca di Jesi (con pala di Lotto) è bellissima, e ce ne sono tante così. Che in buona parte delle regioni italiane si bighellona senza meta per paesetti e si vedono posti notevolissimi di cui si ignorava l’esistenza; che visitando bei posti di cui si sapeva poco si impara molto. Che tra borghi e colline ci sono bei sentieri, e magari si cammina un po’, e non si ingrassa come al solito per via dei piatti tipici. E poi – importantissimo – così rinfrancati si può anche affrontare una megamostra. Di quelle per cui bisogna fare il biglietto settimane prima, poi fare la fila sotto il sole invidiando i soliti asiatici che hanno gli ombrellini, poi fare la fila al guardaroba perché per sicurezza ti tolgono anche il marsupio, poi ammirare ogni opera in gruppi da seicento persone. Alla fine si torna in fila per il marsupio, rimpiangendo le piazzette di Jesi, o di chissà dove.
La piazzetta di Jesi, antidoto alle megamostre
Rubrica pretestuosa, che con la scusa di segnalare orrori e schifezze parla quasi di tutto, anche di cose belle











