Ci vuole più tempo a leggere un libro di Slavoj Žižek di quanto ce ne metta lui a scriverlo. Negli ultimi due anni ha pubblicato sei volumi tra grandi e piccoli. Guardando alla sua opera cartacea – una vera macchina falciatrice di foreste – e concedendogli l’eccezione di alcuni testi teoretici, viene il sospetto che da un filosofo-blogger non ci si possa aspettare molto. Certo, Žižek è un affabulatore compulsivo, scrive e presenzia troppo, si ripete ossessivamente neanche fosse un compositore minimalista, e la sua scrittura soffre in forma traslata degli stessi tic inarrestabili che sono familiari a chiunque l’abbia visto parlare. Però ha un pensiero. E, anche se non sembra, è un pensiero del «buon senso». A volte si definisce un comunista, altre volte un comunista conservatore. Forse, davanti allo stato di rivoluzione permanente nel quale si trova oggi il capitalismo, essere comunisti nel XXI secolo significa davvero essere conservatori, o meglio aspiranti salvatori di quel vecchiume umano che ci portiamo ancora addosso e del quale l’accelerazionismo tecnocratico ha deciso infine di spogliarci.

Rispetto alla ferocia dei tempi, Žižek è un moderato. Sono le sue stelle fisse, Hegel e Lacan, Marx e Freud, a indicarlo come tale. Si oppone alla deriva postmoderna come alla deriva decostruzionista, nonché alla deriva nomade. In America è stato definito il filosofo più pericoloso in circolazione, ma non c’è niente di politicamente minaccioso in Žižek. Deleuze, che è un pensatore di maggior calibro, per lo stesso motivo è anche più arduo da maneggiare. Può darsi che il nomade deleuziano non sia, dopotutto, l’irriducibile antagonista sociale, bensì il ventenne amministratore delegato di una start-up californiana la cui unica fedeltà nella vita va al suo laptop e alle sue criptovalute. Una destra deleuziana è già da tempo attiva. Una destra žižekiana non ci sarà mai, non saprebbe su quali versetti satanici appoggiarsi. Resta da vedere se ci sia una sinistra. Sarà moderata anch’essa, con l’avvertenza però che il rivoluzionario, per essere davvero tale, deve saper praticare anche la moderazione. Nell’orizzonte di Žižek, le fughe in avanti non sono contemplate. Il suo Lenin non è quello di Stato e rivoluzione bensì quello di Estremismo, malattia infantile del comunismo, nonché della Nuova Politica Economica introdotta nel 1921 per risanare la Russia del dopoguerra.