A Taiwan, una piattaforma costiera autonoma usa droni, energia solare e AI per intercettare la plastica prima del mare aperto

©Rinoshield

In mezzo al mare, a pochi chilometri dalla costa, l’oggetto ha l’aria familiare delle strutture che siamo abituati ad associare al vecchio mondo dell’energia: piattaforme, piloni, metallo, moduli tecnici, qualcosa che sembra piazzato lì per estrarre. Solo che stavolta dal fondale arriva niente. Nessun petrolio, nessun gas, nessuna promessa fossile travestita da progresso. Qui si prova a fare il contrario: togliere plastica dall’acqua, prima che venga trascinata più lontano, frammentata, dispersa, ingoiata da pesci e correnti.

Si chiama CircularBlue ed è il progetto sviluppato da RHINOSHIELD, azienda taiwanese nota soprattutto per cover e accessori per smartphone. Una deviazione curiosa, almeno a prima vista: una società che lavora ogni giorno con la plastica decide di costruire una piattaforma marina autonoma per raccogliere rifiuti galleggianti. Il salto sembra enorme. Poi si guarda meglio e diventa molto più concreto, quasi scomodo: chi produce oggetti in plastica conosce perfettamente il problema della plastica. Anche quando finisce lontano dagli scaffali, dai pacchi, dalle tasche dei pantaloni.