Sette anni fa, mese più mese meno, i finanzieri del nucleo di polizia economica di Torino si presentarono a casa sua, nella pre -collina di Moncalieri, per arrestarlo. Con in mano un mandato che recitava un’accusa devastante per chiunque, figurarsi per lui, politico di lungo corso, tra i fondatori di Forza Italia, appena nominato assessore regionale in quota Fdi. Roberto Rosso finì in cella per scambio elettorale politico-mafioso. Questa l’ipotesi in estrema sintesi: soldi a due emissari della ‘ndrangheta in cambio di voti alle elezioni regionali del luglio 2019. Dopo tre processi in altrettanti – diversi – gradi di giudizio, Rosso si appresta a tornare in aula. Il 10 giugno riparte il processo di Appello/bis nato dall’inchiesta “Fenice” che svelò la struttura della ‘ndrangheta vibonese dislocata nell’area sud di Torino: la ‘ndrina dei Bonavota attiva a Carmagnola sotto l’orbita del “locale” di Moncalieri.

Il ruolo di Garcea L’uomo incaricato di fare da ponte tra i precedenti arresti e i nuovi assetti delle famiglie del crimine organizzato era Onofrio Garcea richiamato dalla Liguria per riempire il vuoto lasciato dal blitz contro gli Arone-Defina. E proprio Garcea viene fotografato (e condannato) insieme al sodale Francesco Viterbo mentre entra nel comitato elettorale di Rosso in centro a Torino. Emergerà che il politico corrispose 7900 euro in più tranche per assicurarsi un appoggio elettorale.