Il d-day
Ottavia Munari
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Ottantadue anni fa, sulle spiagge della Normandia, avveniva una delle più grandi operazioni militari di sempre: il D-Day. All’alba del 6 giugno 1944, le forze alleate diedero inizio – con quell’eroico sbarco – alla liberazione dell’Europa occidentale occupata dai nazisti. Quando si visita il cimitero americano affacciato sulla spiaggia di Omaha – una vasta distesa di croci bianche – si resta sconcertati. Si ha dinanzi agli occhi, tangibile, il costo in vite umane della libertà che oggi respiriamo. Non si può, da cittadini europei, non provare un senso di viscerale riconoscenza verso ogni nome inciso in quelle croci. Quel “James, meritatelo” sussurrato dal Capitano Miller prima di spirare al Soldato Ryan, nel capolavoro di Steven Spielberg, ci ricorda il dovere di vivere una vita degna a fronte del sacrificio di chi ci ha dato un’alternativa di libertà.
A oltre ottant’anni di distanza, la domanda sorge: ce lo siamo meritato? Quello spirito di unità e appartenenza tra europei e occidentali, che ha risollevato i nostri Paesi nel dopoguerra, ora è scalfito da tensioni, pulsioni, anche incomprensioni. È, però, banale perdersi nel cercare il capro espiatorio. C’è chi trova, nella figura del Presidente Donald Trump, tutti i pretesti possibili per condannare il modello americano – magari, nel mentre, lodando Putin o scendendo in piazza per Maduro. Vero, toni e modi del Tycoon non sono spesso un inno alla coesione, ma non possiamo per questo smettere di dirci occidentali, o non riconoscere il legame indissolubile tra i nostri popoli. I nostri padri e nonni hanno combattuto contro regimi e fanatismi e c’è chi, invece, oggi in piazza arriva persino a inneggiarli. L’anima libera dell’Europa non può esser asfissiata da tutto questo inutile rumore e da tutta questa ipocrisia latente. Non è bastato evidentemente ritrovarsi con una guerra al cuore del nostro continente, in Ucraina, per capire che il nostro vivere in pace quotidiano non è scontato. Così come un’intera generazione di ventenni iraniani macellati dai fondamentalisti islamici non ha scosso a sufficienza le nostre coscienze; si è preferito rincorrere altre cause, più “facili” da spettacolarizzare. Occorre un antidoto a tali velenosi controsensi. Occorre – poi – anche una risposta vera, pragmatica, a chiunque, quell’anima europea, cerchi di snaturarla. Una teoria come la remigrazione – che dipinge gli stranieri come il fulcro di ogni male, anziché come una risorsa per le nostre economie e società in pieno inverno demografico – è distante anni luce dalla realtà. Siamo una terra d’integrazione, tolleranza e democrazia, e lo siamo diventati dopo aver combattuto sul nostro suolo le più terribili guerre della storia.













