Ogni anno migliaia di nuovi satelliti vengono lanciati in orbita, e ciascuno esegue decine di manovre per evitare collisioni con altri oggetti spaziali – detriti inclusi – che condividono la stessa porzione di spazio. Solo questa prima stima porta a superare le centomila manovre all'anno, in un ambiente che non ha né semafori né regole del traffico, e nemmeno intelligenza a bordo capace di reagire in tempo reale. Il rischio concreto è quello della cosiddetta Sindrome di Kessler: una reazione a catena in cui le collisioni generano detriti che generano altre collisioni, rendendo alcune orbite inutilizzabili per decenni.

Gli stormi di uccelli offrono un'analogia utile per capire come si può tentare di affrontare il problema: alcune specie, come gli storni, volano in gruppi densissimi, creando nel cielo forme che si trasformano continuamente, senza che nessun individuo guidi il gruppo.

Ciascun esemplare segue regole semplici rispetto a quelli vicini, e solo dall’insieme emerge un comportamento collettivo straordinariamente coordinato.

«È lo stesso principio che cerchiamo di replicare nello spazio», spiega Simone D'Amico, professore associato di aeronautica e astronautica a Stanford, direttore dello Space Rendezvous Lab e co-fondatore di EraDrive, startup nata per portare la guida autonoma sui satelliti. «Non vogliamo che un satellite comandi gli altri, ma intendiamo creare un sistema distribuito in cui ogni nodo è abbastanza intelligente da contribuire all'autonomia dell'insieme, senza dipendere da istruzioni che arrivano dal centro di coordinamento terrestre».