In quattro anni e mezzo, Volodymyr Zelensky ha imparato molto bene come trattare Vladimir Putin. Innanzitutto ha capito che trattare con Putin è impossibile, anche se ci è voluto parecchio tempo a spiegare questa circostanza ai suoi alleati europei e soprattutto a quello americano. Da ieri però, dopo che il presidente russo ha risposto alla lettera aperta che il leader ucraino gli ha inviato il giorno prima, è ufficiale: è stato lo stesso Putin a dichiarare di «non vedere il senso di un incontro» per negoziare una tregua, e anzi si è rivolto a «soldati e marinai, caporali e generali» russi impegnati sul fronte della guerra contro l'Ucraina, con la frase: «Al lavoro, fratelli».
Difficile immaginare un “niet” più esplicito alla proposta di cessare il fuoco, e oggi i media di tutto il mondo usciranno con titoli come “Putin rifiuta il negoziato con Zelensky”. Chiunque conosca il modus operandi del presidente russo sapeva benissimo che avrebbe rifiutato qualsiasi offerta di pace che non fosse stata alle sue condizioni. Il problema era in quali termini avrebbe espresso il suo “niet”. Un paio di droni ucraini strategicamente piazzati nel porto di Pietroburgo in contemporanea all’inaugurazione del Forum economico che doveva fungere da vetrina del regime, e una lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici, hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra, che dovrà concludersi «con il raggiungimento dei nostri obiettivi», conquistati sul campo, con le armi. Il problema è che il destinatario della lettera di Zelensky non era Putin. Era semmai Donald Trump, che più volte in passato aveva indicato proprio il presidente ucraino come l’ostacolo principale a un’intesa con Mosca. Idea che a Washington sembra essere già tramontata da qualche settimana, sia perché la Casa Bianca è impegnata prevalentemente su altri fronti e tavoli negoziali altrettanto difficili, sia perché l’irriducibilità del Cremlino ha cominciato a esasperare anche quella parte della leadership repubblicana che non provava particolari simpatie verso l’Ucraina.










