L'intervista Tra i riferimenti iconici nell'arte giapponese del fumetto e dell'animazione, ABe ripercorre qui la sua multiforme carriera

Quando si parla di cultura pop giapponese (fumetto, animazione, videogiochi, ecc.), si tende giustamente a includere il nome di Yoshitoshi ABe fra i riferimenti «storici» più iconici a cui guardare oggi, soprattutto per il suo contributo in anime come, ad esempio, Serial Experiments Lain (1998), ossia opere che hanno segnato un’epoca e restano attuali.

Però, al tempo stesso, di ABe e della sua produzione si conosce ancora troppo poco dalle nostre parti. Per questo abbiamo pensato di contattarlo e chiedergli di raccontarsi e di condividere alcune considerazioni sul suo lavoro, tanto in merito a determinati aspetti tecnici quanto alla sua visione creativa.

Per cominciare, vorremmo chiederle di parlare della sua formazione. Cosa ha studiato? Che idee aveva? Già allora aveva intenzione di diventare illustratore? Che cosa faceva per esercitarsi nel disegno? Ma anche: quali artisti, film, anime, libri e fumetti le interessavano da ragazzo?

Da bambino, visto che mio padre era un giocatore professionista di go, ho studiato soltanto questo gioco. Mi proibivano di leggere i manga e di vedere gli anime, o anche d’intrattenermi con i videogiochi. Riguardo al go, non avevo il minimo talento e al sesto anno delle elementari, a dodici anni, ho smesso. Sono, perciò, entrato in contatto con i manga solo in seguito. Non pensavo di diventare un illustratore.