VENEZIA - L'ormai ex sindaco di Venezia Luigi Brugnaro rinviato a giudizio per il reato di finanziamento illecito ai partiti. Insieme a lui, anche i collaboratori che avevano lavorato o contribuito alla campagna elettorale del 2020: Morris Ceron, Stefano Schiavon, Giuseppe Venier, Walter Bianchi e Adriano Giugie. L'accusa dei pubblici ministeri Roberto Terzo, Federica Baccaglini e Laura Villan è quella di aver sforato il tetto delle spese per la campagna — fissato a 330mila euro — di oltre mezzo milione. Ieri la giudice per l'udienza preliminare Lea Acampora ha deciso che il caso finirà a processo: la prima udienza è fissata per il 21 settembre.
GLI IMPUTATI Nel mirino dell'accusa è finita soprattutto “Un'impresa Comune”, l'associazione creata all'alba della prima corsa per Ca' Farsetti nel 2015. I pm hanno passato al setaccio conti e investimenti, evidenziando come i fondi girati alla macchina elettorale non fossero soltanto superiori al consentito, ma volutamente occultati dietro voci indefinite per evitare ogni immediato collegamento con la campagna.Oltre a Brugnaro, è imputato Morris Ceron, direttore generale del Comune di Venezia, suo fedelissimo dai tempi di Umana e indicato negli atti della procura come numero uno di “Un'impresa Comune”. Walter Bianchi, amministratore del Consorzio Produzione Nordest, ha finanziato la campagna con 144mila euro indicando il versamento come «erogazione liberale» anziché elettorale. Adriano Giugie per l’accusa era il mandatario di Brugnaro: era lui a firmare le ricevute. Giuseppe Venier, amministratore delegato di Umana Spa, è nel gruppo per un bonifico da 400mila euro. Stefano Schiavon, infine, era legale rappresentante di Venezia 20-25, la struttura creata per gestire la rielezione del sindaco, e membro del consiglio direttivo di “Un'impresa Comune”.LA DIFESA L'udienza di ieri è durata due ore e mezza, dalle 13 alle 15.30: il tempo di permettere ai pm di esporre l'accusa e agli avvocati Alessandro Rampinelli, Giulia Ranzato e Alberto Berardi di replicare con la loro tesi difensiva, che poggia principalmente sui tempi. L'inchiesta della Guardia di Finanza prende in esame il periodo dal 10 dicembre 2019 al 31 dicembre 2020, mentre la comunicazione effettuata al Collegio si riferisce ai 45 giorni antecedenti le votazioni: i soldi in eccesso sarebbero arrivati prima o dopo la finestra che la legge individua come «campagna elettorale». La procura, però, richiama le pronunce della Corte dei Conti, che non distinguono in base alle tempistiche ma alla destinazione dei fondi. I legali di parte sostengono che “Un'impresa Comune” fosse anche una realtà culturale, ma i pm non hanno trovato nei libri contabili alcuna spesa non destinata alla campagna elettorale. VERSO IL PROCESSO Se l'indagine si fosse conclusa con una condanna all'epoca dei fatti, Brugnaro sarebbe stato multato con una cifra tre volte superiore a quella con cui aveva superato il tetto di legge, ma soprattutto sarebbe stato dichiarato ineleggibile e, correndo per il secondo mandato, sarebbe anche decaduto immediatamente, prima ancora di sottoporsi al giudizio delle urne. Uno scenario del tutto ipotetico, visto che il patron di Umana ha nel frattempo passato il testimone di Ca' Farsetti al neosindaco Simone Venturini e non sembra intenzionato, almeno per ora, a nuove avventure politiche.Il processo partirà quindi alla vigilia dell'autunno, in contemporanea alle fasi cruciali dell'altra vicenda giudiziaria che riguarda l'ex primo cittadino: l'inchiesta Palude. La prossima udienza è fissata al 17 giugno, ma il 16 settembre verrà sentito lo stesso Brugnaro, mentre il 25 toccherà a Morris Ceron e all'ex vicecapo di gabinetto Derek Donadini, accusati di aver avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di vendere all'imprenditore singaporiano Ching Chiat Kwong l'area dei Pili — di proprietà di una società della holding del sindaco — e i palazzi Donà e Papadopoli.











