Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiCon le bocche si tratta, con le dita si bombarda. La guerra nel Golfo persico sta esibendo tutta la doppiezza del teatro mediorientale; quadrante dove rinunciare al “dente per dente” equivale a dirsi deboli. E dove “occhio per occhio” significa anche non chiuderli ai pertugi d’intesa col nemico.

Per questo Usa e Iran stanno conducendo una strana tregua in cui convivono diplomazia e raid. Nei giorni scorsi, Trump ha dichiarato che sul tavolo c’è una bozza d'intesa, con la rinuncia degli ayatollah al nucleare. Sui negoziati veglierebbe la guida suprema, Khamenei. Sul terreno, invece, le Guardie rivoluzionarie hanno attaccato l’aeroporto internazionale del Kuwait, una nave Usa e il quartier generale della quinta flotta in Bahrain, in risposta a operazioni degli States nel sud dell’Iran e vicino a Hormuz, contro una petroliera, droni, missili e una torre di comunicazione sull’isola di Qeshm. Anche il traffico aereo ne ha risentito. Eppure, le trattative proseguono, condite da minacce. La più rumorosa è quella battuta dall’agenzia di stampa Tasnim, vicina ai Pasdaran, secondo cui Teheran e sodali starebbero valutando attacchi nello stretto di Bab el-Mandeb (“Porta delle Lacrime”, in arabo), a tiro degli Houthi, in risposta all'offensiva israeliana in Libano. Quel collo di bottiglia è la porta d’accesso del Mediterraneo allargato. Una volta serrato, i mercantili andrebbero a circumnavigare l'Africa, facendo esplodere ulteriormente tempi e costi. Si pone, dunque, il problema di bypassare gli stretti: le rotte commerciali sono ormai target militari. Sul punto, Reuters ha stimato in 25 mld di dollari le perdite per il business globale causate dalla chiusura di Hormuz, mentre il Watson Institute della Brown University ha svelato che, da inizio conflitto, i consumatori Usa avrebbero speso 41,5 mld di dollari in più per benzina e diesel (316 a famiglia).