Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiIl ciclo pittorico etrusco staccato dalla Tomba François di Vulci per 15 milioni di euro, il Ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio per 30 milioni, l’Ecce Homo di Antonello da Messina per altri 13 milioni. Non è il risultato delle aste di arte antica da Christie’s o Sotheby’s, ma è la lista della spesa del Ministero della Cultura italiano.
Nel giro di pochi mesi, il titolare del Collegio Romano, Alessandro Giuli, ha impresso un'accelerazione inedita alla campagna acquisti dello Stato. Ma dietro le cifre a sei zeri e i trionfali passaggi istituzionali, con tanto di tappe diplomatiche a New York e mostre temporanee nella Biblioteca del Senato, prima che i dipinti raggiungano le loro sedi definitive, sorge spontaneo un interrogativo: perché lo Stato spende tutti questi soldi proprio ora e, soprattutto, a quale scopo?
Nessuno mette in discussione il valore del rientro in Italia di una tavoletta di Antonello da Messina o della storica acquisizione della Tomba François dagli eredi Torlonia, attesa dal 1921. Il punto, semmai, è la narrazione che accompagna queste operazioni. Il dubbio è che la spesa pubblica nei beni culturali sia scivolata da strumento di tutela a volano di propaganda politica. Il capolavoro d'arte antica diventa quindi un trofeo da sbandierare.











