La società si era difesa sostenendo che l'infarto fosse stato causato da malattie pregresse, ma i giudici hanno riconosciuto la responsabilità del datore che non ha protetto l'integrità fisica del dipendente
Un autista di linea sottoposto per anni a turni massacranti, costretto a guidare autobus obsoleti sulle strade montane dei monti Nebrodi, in Sicilia, ha diritto al risarcimento integrale dei danni subiti dopo un infarto, anche se soffriva già di obesità, diabete e ipertensione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 17754/2026, respingendo il ricorso dell’Azienda Siciliana Trasporti e confermando la condanna già pronunciata dalla Corte d’Appello di Messina.
L’infarto in servizio
La vicenda riguarda un autista che ha lavorato per l’azienda dal 1977 al 2001. Nel febbraio del 1999, mentre era in servizio, l’uomo era stato colto da un infarto miocardico e aveva poi chiesto il risarcimento del cosiddetto «danno differenziale». Secondo quanto ricostruito dai giudici, l’autista operava in condizioni particolarmente gravose: la Corte d’Appello aveva infatti accertato che l’autista era «sottoposto a turni gravosi di 12-13 ore giornaliere (comprese le soste) con frequente ricorso allo straordinario». Inoltre l’istruttoria aveva evidenziato «l’impiego di mezzi obsoleti, privi di servosterzo, riscaldamento e climatizzazione, condotti su percorsi impervi e montani della catena dei Nebrodi».










