Mentre dal palco del Forum economico internazionale di San Pietroburgo Vladimir Putin denuncia il “caos” provocato dalle élite europee e liquida le sanzioni occidentali come “concorrenza sleale”, a muoversi davvero, nelle stesse ore, non è la retorica ma la diplomazia. Da una parte Volodymyr Zelensky rompe di nuovo lo schema e rilancia con una lettera aperta al Cremlino la proposta di un incontro diretto con il presidente russo; dall’altra Bruxelles fa sapere di sostenere quella richiesta, mentre Londra, Parigi e Berlino preparano un confronto con Kiev per capire se esista, e a quali condizioni, un varco credibile per riportare Mosca in un negoziato politico. È in questo scarto fra linguaggio pubblico e movimenti reali che si misura oggi lo stato della guerra.

Le parole di Putin, pronunciate a San Pietroburgo, non sono state una semplice invettiva contro l’Occidente. Sono apparse piuttosto come il tentativo di ribadire una narrativa ormai consolidata al Cremlino: l’Europa non sarebbe un soggetto autonomo di pace, ma un blocco politico che alimenta l’instabilità per ragioni strategiche, economiche e ideologiche. Nello stesso intervento, il leader russo ha sostenuto che le sanzioni adottate dai Paesi occidentali, pur motivate ufficialmente da guerra, diritti o altre questioni politiche, avrebbero in realtà una funzione strutturale di pressione economica e di competizione contro la Russia. È un messaggio rivolto tanto all’esterno quanto all’interno: agli europei per dividerli, alle élite russe per rassicurarle sul fatto che il confronto con l’Occidente non è episodico ma sistemico.