NAIROBI - Il primo tonfo è arrivato nei, e dai, rapporti fra due alleati. I titoli di Stato hanno seguito la china. I bond governativi in valuta estera del Senegal, una delle economie più in crescita dell’Africa occidentale, sono scivolati dal rally di inizio anno al crollo registrato nelle ultime settimane: un effetto - anche - della crisi interna fra il presidente Diomaye Faye e il suo ex premier e alter ego governativo, Ousmane Sonko. Faye ha silurato Sonko lo scorso 23 maggio dopo mesi di screzi che avevano già fatto vacillare la tenuta di un asse salito al potere nelle elezioni del 2024. Una delle frizioni ricorrenti si è manifestata sulla linea da osservare con il Fondo monetario internazionale, in vista delle trattative di giugno e del dissidio fra l’approccio pià accomodante di Faye e quello più barricadero di Sonko.

Lo stesso Sonko è tornato alla ribalta in pochi giorni come presidente del parlamento, promettendo battaglia contro le aperture di Faye al Fondo e, soprattutto, la ristrutturazione di un debito rivisto oltre il 130% del Pil dopo la scoperta di un “buco” da 7 miliardi di dollari lasciato in eredità dall’ex leader Macky Sall nel 2024. Il Fondo ha congelato da allora un programma di aiuti da 1,8 miliardi di dollari. Oggi sta negoziando i suoi interventi, ma il clima non sembra dei più favorevoli. Sonko è alla testa di un partito che controlla 130 dei 160 seggi del Parlamento senegalese, un blocco di opposizione notevole alla linea - comunque sfumata - di Faye.