“Alla fine il rock significa una sola parola: liberazione. Politica, spirituale, sessuale. Liberazione”. Bono lo disse nel 2015 dal palco del Madison Square Garden prima che i suoi U2 duettassero con Bruce Springsteen in I still haven’t found what I’m looking for. Dan Auerbach, chitarrista e 50 per cento dei Black Keys, doveva liberarsi dalla preoccupazione per il padre che stava molto male e così con il suo socio alla batteria Patrick Carney – i due suonano assieme da venticinque anni – si è chiuso in studio con un manipolo di solidi musicisti per suonare in presa diretta canzoni che il duo propone nelle feste itineranti nel ruolo di dj. Così è nato Peaches!, il disco uscito già da qualche settimana ma che, soprattutto in certe serate o in certi viaggi in macchina, diventa una colonna sonora fenomenale per un’ora di svago e un tour immaginario nel delta del Mississippi, tra blues, folk, country.
È un album ruvido, suonato all’antica con musicisti in studio tutti assieme e buona la prima. È un disco che nella sua imperfezione diventa perfetto. I Black Keys riescono persino a esaltare e aggiornare You’ve got to lose di Ike Turner: il brano scelto come primo singolo è del 1958, l’autore non è passato alla storia del rock come un personaggio positivo – rivedersi il documentario di addio su Tina Turner per farsi un’idea del villain Ike – ma un posto nella storia dell’evoluzione della musica contemporanea se lo è comunque garantito.







