di Claudio Savellivenerdì 5 giugno 20263' di lettura Ci lamentiamo delle difficili qualificazioni europee perché non abbiamo presente l’odissea che ha dovuto affrontare l’Iraq per strappare il biglietto per i Mondiali. Ventuno partite. Ventuno. Un percorso infinito, culminato nello spareggio intercontinentale vinto 2-1 contro la Bolivia a Guadalajara, in Messico. E già arrivarci, in Messico, è stato un miracolo. A causa dei venti di guerra in Iran, c’erano fortissimi dubbi sul fatto che la squadra (farcita di giocatori che militano nel campionato iraniano) riuscisse a lasciare il Medio Oriente.
L’8 marzo scorso la Federazione irachena aveva persino pregato la Fifa di rinviare il match.
La risposta del massimo organo mondiale fu una surreale controproposta: giocare a Istanbul. Il che voleva dire fare un viaggetto via terra di venticinque ore. La federazione irachena ha rispedito al mittente la proposta e si è inventata un percorso alternativo per il Messico: viaggio via terra in direzione Amman, in Giordania, e da lì un volo privato organizzato superando diverse difficoltà diplomatiche.SOFFERENZA
Questo è l’Iraq, una squadra che per giocare un Mondiale deve prima sopravvivere alla geopolitica. È un viaggio prima di tutto temporale. L’ultima e unica apparizione risaliva a Messico 1986: quarant’anni esatti nel deserto, tra guerre, embarghi, dittature, invasioni e terrorismo. Se oggi due intere generazioni possono finalmente vedere la propria bandiera in un torneo globale, è perché la politica locale ha deciso di fare del pallone un’occasione di Stato. A partire dal 2018, con l’indebolimento dell’Isis, le autorità hanno cercato di rianimare il Paese attraverso lo sport. L’architetto della rinascita è Adnan Dirjal, leggendario ex difensore, recordman di presenze in Nazionale e simbolo dell’Al-Rasheed. A lungo considerato una figura contigua al regime di Saddam Hussein, nel 2020 Dirjal è stato clamorosamente riabilitato e nominato ministro dello Sport dal governo di Mustafa Al-Kadhimi, che di Saddam era stato uno dei più feroci oppositori. Un anno dopo, Dirjal ha preso in mano la Federazione, professionalizzando il campionato iracheno nel 2023 e importando il modello spagnolo attraverso accordi di collaborazione stretta con la Liga, l’apertura di scuole calcio dell’Espanyol e del Leganes tra Baghdad, Bassora e Mosul, e soprattutto la scelta del ct.La panchina era stata affidata allo spagnolo Jesus Casas, storico vice di Luis Enrique, l’uomo che ha avuto il merito di fondere i talenti “locali” con quelli della diaspora. Ma in un viaggio così folle non poteva filare tutto liscio: il 27 marzo 2025, due giorni dopo una clamorosa e inaspettata sconfitta contro la Palestina, Casas è stato esonerato su due piedi. Al suo posto è subentrato l’australiano Graham Arnold, che ha gestito la tempesta e blindato la qualificazione, poggiandosi sull’occasione d’oro: la fine dell’esilio. Dopo vent’anni di divieti e partite giocate a porte chiuse in Paesi terzi, l’Iraq è infatti potuto tornare a giocare in casa, nel catino del Basra International Stadium di Bassora.







