L’Europa che verràSul tavolo dei 27 i dossier di sei Paesi: primo a entrare forse il Montenegro, poi l’Albaniadi Micaela Cappellini5 giugno 2026Prende il via oggi a Tivat, in Montenegro, il vertice Ue-Balcani occidentali, che mette sul tavolo dei 27 il dossier dell’allargamento dell’Unione a sei Paesi: Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina Kosovo e Macedonia del Nord. I primo a entrare, forse già nel 2028, dovrebbe essere proprio il Montenegro che ospita il vertice, seguito dall’Albania per la quale si parla del 2030. Al summit partecipa buona parte dei leader europei: da Giorgia Meloni al presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz al premier spagnolo Pedro Sanchez, fino al cipriota Nikos Christodoulides, presidente di turno della Ue. Presenti anche tutti i vertici delle istituzioni comunitarie: il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quella dell’Europarlamento Roberta Metsola.Pur essendo il summit di oggi dedicato ai Balcani, al tavolo dei 27 si parlerà anche di Ucraina e Moldavia, dopo che mercoledì la presidenza del Consiglio europeo ha reso noto che al Coreper era stato fatto il primo passo per l’avvio dei negoziati di adesione. La data per l’apertura formale del primo dei sei cosiddetti “cluster” di allargamento dovrebbe essere fissata per il 15 di giugno in Lussemburgo. Sebbene tutti i membri dell’Unione si siano detti favorevoli all’avvio dei colloqui con l’Ucraina e la Moldova, a sbloccare il dossier è stata la nuova Ungheria del primo ministro Peter Magyar, che ha abbandonato le posizioni ostili del suo predecessore Viktor Orban e ha raggiunto con Kiev un accordo sui diritti della minoranza ungherese in Ucraina, composta da circa 100mila persone. Condizione, questa, considerata da Budapest essenziale per potere sostenere l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue.Nei Balcani, nonostante il processo di integrazione in questi anni sia andato avanti, le tensioni non si sono mai del tutto sopite. Tra Serbia e Montenegro, per esempio, l’ultimo incidente si è verificato proprio ieri alla vigilia del vertice. I servizi d’intelligence di Belgrado hanno ufficialmente sconsigliato al presidente serbo, Aleksandar Vucic, di andare a Tivat per presunte minacce alla sua vita. Fra i motivi di tensione citati c’è anche la decisione delle autorità del Montenegro di rimpatriare 87 cittadini serbi atterrati sempre ieri a Tivat con un volo charter: il gruppo è accusato di essere tra gli attivisti filogovernativi che a Belgrado hanno aggredito i manifestanti durante oltre un anno di proteste di piazza contro Vucic. Lo stesso presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che nei giorni prima del vertice ha fatto visita ufficiale a ognuno dei sei Paesi balcanici candidati alla Ue, ha ricordato a ciascuno che ci sono ancora passi da fare prima di poter diventare membri a tutti gli effetti. Alla Serbia, in particolare, Costa ha ricordato la necessità di accelerare sulle riforme che riguardano lo stato di diritto e la libertà di stampa.A Edi Rama, il premier albanese che ha incontrato martedì, Costa ha chiesto invece maggiore impegno contro corruzione e criminalità. Dopo il Montenegro, l’Albania resta ad oggi il Paese balcanico più avanti nei negoziati di adesione. Ma le manifestazioni di piazza negli ultimi mesi si sono susseguite a Belgrado come a Tirana, in questo caso per protestare contro un governo che molti degli albanesi oggi all’opposizione considerano corrotto. In Albania la società civile in questi giorni è scesa in piazza anche contro i maxipiani edilizi della società di Jared Kushner - il genero del presidente Usa Donald Trump - che con l’avvallo del premier Rama vorrebbe realizzare resort di lusso in un’area protetta del Paese, quella del parco marino attorno all’isola di Sazan.Decisamente più indietro nel percorso si trovano la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo. Alla prima, per avviare i negoziati di adesione mancano ancora diverse riforme il cui ritardo è già costato a Sarajevo la perdita di 108 milioni di fondi Ue, oltre a metterne a rischio altri 373 milioni. Quanto al Kosovo, che domenica va alle elezioni per la terza volta nel giro di un anno e mezzo, l’instabilità politica è già costata 882 milioni di euro di mancati finanziamenti provenienti dai 6 miliardi di plafond del fondo europeo 2024-2027 per le riforme e la crescita per i Balcani occidentali.