di
Walter Veltroni
L'allenatore dell'Inter si racconta, dal regime di Ceausescu alla famiglia, passando per la crisi del calcio italiano e le sue pressioni: «Per i miei giocatori farei qualsiasi cosa»
Cristian Chivu, mi racconta come era da bambino e come è nato il suo amore per il calcio?«Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità. Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto. Ero appassionato di calcio, perché mio papà era un ex giocatore. All’epoca faceva l’allenatore di una squadra amatoriale. Io da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto».
Si ricorda il primo pallone con cui ha giocato?«Era una pallina da tennis con cui giocavo in casa, studiavo le traiettorie, i meccanismi di palleggio e di tiro. Ricordo quella pallina da tennis che volava su tutte le pareti della stanza. La colpivo di testa o al volo e finiva nella porta della camera, che per me diventava la rete».








