Ieri i servizi di intelligence dei cinque paesi anglofoni che compongono il Five Eyes (cioè Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) hanno emesso un avviso congiunto che non si era mai visto, avvertendo del fatto che i servizi segreti militari cinesi usano piattaforme come LinkedIn per reclutare personale governativo e militare occidentale, fingendosi consulenti, think tank o recruiter privati. Il bollettino, dal titolo “Safeguarding Our Secrets”, descrive una strategia aggressiva e sistematica volta ad acquisire vantaggi strategici militari, politici ed economici. La risposta di Pechino è stata piuttosto scontata: l’ambasciata cinese a Londra ha definito le accuse “del tutto fabbricate” e “calunnie maliziose”, e la portavoce del ministero degli Esteri ha detto che l’accusa arriva da chi “pratica spionaggio su scala globale”.Ma l’episodio del Five Eyes non va letto singolarmente. Perché pochi giorni fa quattro parlamentari neozelandesi (Maureen Pugh, Duncan Webb, Laura McClure e David Wilson) si sono visti imporre da parte di Pechino un divieto di viaggio in Cina di un anno, una punizione esemplare e inedita contro i rappresentanti di una democrazia “colpevoli” di aver visitato Taiwan a maggio nell’ambito di un gruppo interparlamentare esistente dal 2023. E’ la seconda volta che Pechino adotta una misura simile contro rappresentanti eletti per i loro legami con Taiwan: qualche mese fa era stato sanzionato il parlamentare giapponese Keiji Furuya. La Cina ha fatto sapere che il bando sarà revocato solo dopo le scuse formali, ma i parlamentari hanno rifiutato. Il filo che unisce i due episodi ravvicinatissimi riguarda il metodo di Pechino, che si comporta sempre più da attore ostile nei confronti dei paesi democratici. Lo spionaggio sistematico attraverso LinkedIn, le sanzioni a parlamentari, i tentativi di impedire spostamenti del presidente taiwanese Lai Ching-te, tutto fa parte di una strategia coerente di pressione, intimidazione e raccolta di informazioni riservate. Non proprio amichevole.