Ci sono storie che non possono essere dimenticate, perché non parlano solo di giustizia, ma di ciò che resta dell’umanità quando la violenza prende il sopravvento. A Milano, sotto i portici di viale Monte Grappa, una notte di ottobre ha cambiato per sempre la vita di Davide Cavallo, giovane studente universitario originario di Ragusa, vittima di un’aggressione brutale durata appena ventuno secondi. Ventuno secondi che hanno distrutto un futuro, travolto una famiglia e lasciato un segno indelebile nella memoria di chi ha letto le motivazioni della sentenza.
Il giudice Alberto Carboni, nel condannare Alessandro Chiani a vent’anni di carcere per tentato omicidio e rapina, ha scritto parole che pesano come pietre: “Le parole di Chiani e degli altri ragazzi consegnano uno spaccato di agghiacciante disumanità.” Non è solo la violenza dell’atto a sconvolgere, ma l’assenza di qualsiasi emozione dopo. Nessuno dei presenti, raccontano le carte, manifestò stupore o preoccupazione nel sapere che Davide stava lottando tra la vita e la morte. Nessuno si fermò a pensare che quel ragazzo, poco più che ventenne, rischiava di non camminare più.
Il giudice sottolinea un dettaglio che diventa chiave per comprendere la tragedia: “Ciò che rileva è la mancanza di stupore per il fatto che la vittima si trovava in pericolo di vita.” E quando Chiani venne informato delle conseguenze delle sue azioni, la sua reazione fu quella di continuare a ridere. Una frase intercettata, terribile nella sua semplicità: “Non so perché, però continuo a ridere.” Per il magistrato, è il segno di un comportamento che “si pone oltre le soglie più estreme di freddezza e cinismo”.








