WASHINGTON. «Interessante» rispose Donald Trump al reporter che in ottobre lo aveva interrogato sulla proposta che Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo (Rdif) negoziatore sull’Ucraina, aveva presentato pochi giorni prima a Putin: «Costruiamo un tunnel sotto lo Stretto di Bering per collegare Usa e Russia». Zelensky, che era alla Casa Bianca al cospetto di Donald Trump quando spuntò il quesito non fece nulla per abbozzare: «A me non piace questa idea». Finì lì, ma non finirono lì i contatti fra Usa e Russia sul tunnel Artico e sull’esplorazione congiunta dei fondali in cerca di risorse naturali da sfruttare e condividere. Oggi, è l’annuncio di Dmitriev, ci sarà la firma sul progetto della ferrovia. Washington non conferma alcuna firma. Quello che firmeranno nel caso americani (una società privata) e russi è avvolto dalla nebbia.

I numeri anzitutto: lo Stretto di Bering è largo 82 chilometri, il tunnel ferroviario passa per le due isole Diomede – una russa e una con bandiera Usa – e il tratto da interrare è di 112 chilometri. Almeno nella versione che aveva presentato Dmitriev in ottobre. I costi: non 65 miliardi, ma 8 grazie alla commessa che verrebbe affidata alla Boring Company, fondata da Elon Musk. Allora l’inviato russo aveva postato su X la sua proposta a Musk. Più prosaicamente il piano che verrà svelato oggi parla di un accordo con una società Usa di consulenza per la realizzazione di parchi. È con questa che avviene la firma, ha specificato Dmitriev, non con esponenti dell’Amministrazione Usa. I tempi: 8 anni nelle previsioni russe. Il “Trump-Putin tunnel” è suggestivo, ma non nuovo nella testa russa. Nel 1904 già si immaginò la ferrovia Siberia-Alaska. Lo stesso Dmitriev è il pensatore visionario di un collegamento su rotaia fra Usa-Canada-Russia e Cina. Come sembrano lontani i tempi quando Sarah Palin, improbabile candidata alla vicepresidenza in ticket con John McCain nel 2008 diceva, da governatrice dell’Alaska, che era esperta in politica estera perché dalle coste del suo Stato poteva scorgere il litorale russo. Fra 8 anni, se il disegno di Dmitriev sarà vidimato, i soldi trovati (investitori russi e internazionali), Palin potrà attraversare in carrozza business lo Stretto e stringere la mano a quelli che definiva a suo tempo «nemici», o qualcuno cui non fidarsi. Intanto all’ombra del tunnel, i contatti fra russi e americani e gli scambi di sms fra Witkoff e Dmitriev, l’ex banchiere dall’inglese fluente non sono mai cessati. Nonostante i 73 missili scagliati da Putin su Kyiv, le rappresaglie e l’intensificarsi degli scontri. Dmitriev ha confermato che mercoledì 3 giugno ha avuto un colloquio telefonico con Witkoff e con Jared Kushner, genero del presidente e pure lui coinvolto – pur senza alcun titolo ufficiale – nei negoziati, siano sull’Ucraina o sull’Iran. Ci dovrebbe essere un nuovo contatto nei prossimi giorni. Ma la via di Miami, luogo eletto da Witkoff per tenere le riunioni più importanti, è stata battuta di recente anche dagli ucraini. Quando il 18 febbraio del 2025 la diplomazia Usa, rappresentata da Marco Rubio, incontrò i russi capitanati da Sergei Lavrov, nel campo neutro di Riad, entrambe le parti se ne uscirono con un quasi nulla di fatto su Kyiv e Zelensky ma sottolineando invece che di non solo Ucraina vivono Usa e Russia. Ristabilire le relazioni, rilanciare ove possibile e quando gli scambi commerciali e i progetti di sviluppo, era visto e annunciato come il vero punto di svolta. Quindici mesi dopo quel primo faccia a faccia, la pace in Ucraina resta da trovare, ma la tenuta dei rapporti bilaterali Mosca-Washington più salda del previsto se poi come scrive Politico, il Pentagono avrebbe deciso di cancellare la vendita di una commessa di missili alla Germania per timore della reazione di Mosca. Pure nel campo dello sport si torna alla normalità, il primo luglio ci sarà la partita di hockey fra le nazionali dei due Paesi come auspicato e voluto da Trump. Primo match in sette anni. E poi c’è una delegazione Usa al Business Forum di San Pietroburgo guidata da Rosney Mims Cook, designer americano e da gennaio presidente della United States Commission of Fine Arts. Fra le sue decisioni più importanti, il via libera alla Ballroom della Casa Bianca. Kurt Volker, che fu ambasciatore alla Nato nel Trump I, in un colloquio con La Stampa ha evidenziato il legame fra Witkoff e Dmitriev e avvisato l’Europa dei 27 che farebbe bene a organizzarsi per creare una sua linea di contatto e di dialogo con la Russia – «che non porterà necessariamente a negoziati», precisa – perché «Usa e Mosca non stanno certo a pensare agli interessi europei quando discutono e trattano».