A prima vista, sembra un paradosso del nostro tempo: mentre il rapporto fra Washington e Mosca resta appesantito dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni e da una diffidenza strutturale che non si è mai davvero sciolta, dalla Russia riemerge una proposta che appartiene insieme alla fantascienza, alla grande ingegneria e alla propaganda geopolitica. Un tunnel sotto lo Stretto di Bering, capace di collegare direttamente gli Stati Uniti e la Federazione russa. Un’opera che, se esistesse, unirebbe non solo due sponde ma due continenti, due sistemi economici e due immaginari politici da sempre contrapposti.

A rilanciare il progetto è stato Kirill Dmitriev, figura chiave del capitalismo di Stato russo: amministratore delegato del Russian Direct Investment Fund (RDIF) e inviato speciale del presidente russo per la cooperazione economica con l’estero. Secondo quanto riportato da fonti russe e da piattaforme finanziarie internazionali, Dmitriev ha affermato che un accordo potrebbe essere firmato già venerdì 5 giugno 2026 per proseguire la progettazione del tunnel. La formula, però, è importante: si parla di un’intesa per “continuare il design” dell’opera, non dell’avvio immediato dei lavori. La differenza, in casi come questo, è enorme.