Se siete a Venezia o ci andate (sono mille e mille ragioni per cui sempre si dovrebbe trovare il tempo di andare a Venezia) fate una breve sosta a visitare una piccola memorabile collezione. Al museo Guggenheim da poco più di un mese e fino a ottobre è allestita “Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista”. In poche sale opere e documenti raccontano proprio questo: il momento in cui una delle maggiori collezioniste del Ventesimo secolo diventa il riferimento di un’epoca. Lo fa a partire dalla sua prima galleria, a Londra. Siamo nel 1938, anno di grandissime tensioni. In una città e in un Paese dominati da istituzioni conservatrici la quarantenne Peggy apre “Guggenheim Jeune”, luogo che in un solo anno si impone come uno dei centri più vitali dell’avanguardia europea. Tra il ’38 e il ’39 organizza ventuno mostre, molte delle quali saranno ricordate come primati: la prima personale di Kandinsky, la prima collettiva dedicata al Collage (un Man Ray straordinario), la prima volta di artiste come Eileen Agar, Barbara Hepwork, Rita Kernn-Larsen, Sophie Taeuber-Arp. Lavorano attorno al progetto figure come Samuel Beckett, Mercel Duchamp, Herbert Read. La galleria non avrà successo commerciale, come spesso ai progetti pionieristici accade, ma segna il momento decisivo in cui Peggy Guggenheim definisce il suo sguardo e matura la sua idea di museo. Il libro che accompagna la mostra (curata da Grazina Subelyte e Simon Grant sotto la costante attenzione di Karole Vail, dopo vent’anni al Guggenheim di New York ora direttrice del museo di Venezia e nipote di Peggy) non è un semplice catalogo ma una raccolta di scritti che ricostruiscono l’attività di questa donna straordinaria negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Mostrano come pur nelle supreme difficoltà, anzi soprattutto in condizioni tanto ostili, l’arte si sia affermata come spazio di libertà e sperimentazione. Chè infatti non sono le condizioni che fanno le occasioni, ma la visione e la tenacia. Sempre.