Domenico Letizia
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FILE – A Taiwan national flag flutters near the Taipei 101 building at the National Dr. Sun Yat-Sen Memorial Hall in Taipei, Taiwan, May 7, 2023. (AP Photo/Chiang Ying-ying, File)
I fili invisibili che uniscono e separano le due sponde dello Stretto di Taiwan si intrecciano in una complessa architettura giuridica e storica che i media occidentali, spesso concentrati esclusivamente sui concetti di deterrenza militare e scontro tra democrazia e autoritarismo, faticano a decifrare appieno. La recente missione di pace intrapresa in Cina continentale da Cheng Li-wen, figura di spicco del Kuomintang, ha riproposto con forza la retorica tradizionale del dialogo interno a una singola famiglia, fondata sulla formula linguistica cinese secondo cui le due sponde dello Stretto condividono lo stesso sangue. Questo approccio non rappresenta una semplice concessione diplomatica, ma poggia su una precisa e persistente struttura costituzionale che risale alla fine formale della guerra civile nel 1949, un conflitto che non si è mai concluso con la firma di un armistizio o di un trattato di pace.
La Costituzione della Repubblica di Cina, redatta nel 1947 e tuttora in vigore a Taipei, non ha mai modificato l’Articolo 4 relativo ai confini nazionali originari, continuando a includere virtualmente la terraferma, sebbene gli Articoli Aggiuntivi introdotti a partire dagli anni Novanta abbiano stabilito una distinzione pragmatica tra l’area libera sotto l’effettivo controllo di Taipei e l’area continentale. Specularmente, la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese del 1982 dichiara nel suo preambolo che Taiwan è parte inalienabile del territorio nazionale, definendo il processo di transizione non come un’annessione tra Stati sovrani, ma come il completamento della riunificazione nazionale. Questa sovrapposizione di pretese di sovranità impedisce a entrambe le parti di considerarsi reciprocamente come entità straniere, differenziando nettamente la crisi taiwanese dai precedenti storici della Germania divisa o della penisola coreana, dove l’ambiguità è stata superata dal riconoscimento reciproco o da seggi separati alle Nazioni Unite.








