Con una improvvisa accelerazione da parte della maggioranza, la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge sul “nucleare sostenibile”, quello di terza e quarta generazione. Il ritorno dell’energia nucleare in Italia è quindi cominciato. Anche se la distanza tra teoria e pratica è ancora tantissima visto che nella migliore delle ipotesi l’entrata a regime dei nuovi mini-reattori di nuova generazione (i famosi Smr che sta per Small modular reactors) potrà avvenire solo a partire dal prossimo decennio. Anzi, come ha detto oggi il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, “nel 2034 o 2035, quando avremo la capacità di una produzione standardizzata: oggi siamo alle sperimentazioni”.Cos'è il nucleare sostenibileIl disegno di legge, che consiste di fatto in una delega al governo a gestire la transizione che porterà al ritorno del nucleare nel mix energetico nazionale, è arrivato in aula dopo un percorso di preparazione iniziato nel 2023, quando il governo istituì la Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile. La legge delega definisce il quadro di programmazione nazionale, la governance, il rafforzamento dell’ispettorato per la sicurezza nucleare e la disciplina dell'intero ciclo di vita degli impianti, che saranno molto più piccoli delle tradizionali centrali cui la storia ci ha abituato e affidati anche – se non soprattutto – a gestori privati, inclusa la gestione dei rifiuti radioattivi, un tema ancora irrisolto per quanto riguarda il lascito dei vecchi impianti attivi fino agli anni Ottanta.Sul piano tecnologico, la strategia italiana punta agli Smr di terza generazione avanzata nel breve-medio termine, della grandezza più o meno di tre campi da calcio ciascuno, con uno sguardo ai reattori veloci raffreddati al piombo (Advanced modular reactors, Amr) di quarta generazione, capaci praticamente di non emettere scorie. Ma come detto, se per i primi l’orizzonte temporale è quello dell’inizio del prossimo decennio, questi ultimi non saranno verosimilmente disponibili prima del 2040.I promotori dei progetti, anche privati, dovranno dimostrare di poter coprire autonomamente i costi di costruzione, gestione e smantellamento. E sono previsti incentivi per i territori che ospiteranno gli impianti: un altro possibile fronte di crisi infatti è proprio quello dell’individuazione di territori disposti a farsi carico della vicinanza di un reattore, per quanto piccolo e più sicuro.Sul fronte industriale, solamente nel 2025 è nata Nuclitalia – partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo — con il mandato di valutare le tecnologie più adatte al contesto italiano. Nel frattempo l'Italia in questi anni è entrata nell'Alleanza nucleare europea a guida francese, partecipa all'Alleanza industriale sugli Smr e al fondo per gli Importanti progetti di interesse comune europeo (Ipcei) sulle tecnologie nucleari innovative.Ma quanti saranno, questi reattori, se e quando il nucleare di terza generazione entrerà a regime? "La valutazione è ancora abbastanza difficile", ammette Pichetto Fratin: "Abbiamo definito un quantitativo a grandi linee nel Pniec, tra l'11 e il 22%” del mix energetico nazionale, “ma è una forbice molto larga. Ho sentito parla di circa 70 Smr, ma credo che si possa stare anche con molto meno”, anche se molto dipenderà "dalla consapevolezza, dalla domanda, dal mercato e dai prezzi".La flessibilità europea vale anche per il nucleare?Quasi in contemporanea, nella giornata di ieri, nel frattempo a Bruxelles la Commissione europea formalizzava, all’interno del pacchetto primaverile del semestre europeo 2026, la possibilità per gli Stati membri di richiedere flessibilità fiscale extra per investimenti nella sicurezza energetica, attingendo alla stessa clausola di salvaguardia nazionale pensata per le spese di difesa.La novità tecnica è in apparenza piccola, ma politicamente significativa: la Commissione spiega infatti che gli Stati membri che adotteranno misure per rafforzare la sicurezza energetica dell'Europa e accelerare la transizione verso fonti energetiche alternative ai combustibili fossili potranno richiedere una flessibilità fiscale, limitata ai sensi dell'attuale clausola di salvaguardia nazionale per le spese di difesa.In termini semplici: l’Italia, che aveva esplicitamente chiesto all’Europa tramite una lettera una maggiore flessibilità nelle spese per far fronte al caro energia, potrà spendere nei prossimi tre anni fino allo 0,3% del prodotto interno lordo (pil) per investimenti in energia anziché in difesa, ma senza sforare lo 0,6% totale. Secondo i calcoli attuali, parliamo di circa 14 miliardi di euro.Qui però si apre una contraddizione: se la maggiore flessibilità di spesa è prevista solo per investimenti di tipo strutturale, ogni tipo di intervento non potrà che avere ricadute solo in futuro, e non certo per fronteggiare l’attuale esplosione dei costi di benzina e gas. Questo vale per la costruzione di nuovi impianti di energia rinnovabile, dall’eolico all’idrogeno verde, passando per il fotovoltaico, e tanto più se il governo vorrà impiegare questi fondi per il nucleare. Lo farà? Su questo punto Pichetto, subito dopo il voto, è stato piuttosto prudente: “L'Unione Europea ha dato degli spazi di bilancio, a questo punto valuteremo quali sono tanti gli interventi decarbonizzabili che possono essere inseriti”.Nella maggioranza erano stati più espliciti, per esempio l’europarlamentare del Partito popolare europeo Letizia Moratti (“questa flessibilità dovrà essere impiegata per accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili e nel nucleare, nelle infrastrutture energetiche, nelle reti di trasmissione e accumulo, nell'efficienza energetica e nell'autonomia strategica europea") o il responsabile Energia di Fratelli d'Italia Riccardo Zucconi, che ha parlato di “soldi che potranno essere utilizzati per investimenti nella transizione energetica in impianti alternativi ai fossili, in aggiunta all’impegno che il Governo Meloni sta mettendo in campo sul nucleare per poter raggiunge gli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050”.Il ruolo delle rinnovabiliChe investire così tanto e così a lungo termine su una tecnologia tutto sommato ancora agli albori sia una buona idea, di certo non la pensano tutti, soprattutto dall’altro fronte del Parlamento: secondo Patty L’Abbate, parlamentare del Movimento 5 stelle e docente di Economia ecologica e Management, “la risposta su come utilizzare al meglio queste risorse dovrebbe basarsi su dati economici e scientifici, non su promesse tecnologiche. E oggi le fonti rinnovabili accompagnate da sistemi di accumulo rappresentano la soluzione più rapida, economica e sicura per rafforzare l'indipendenza energetica dell'Italia. Secondo l'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, oltre il 90% dei nuovi impianti rinnovabili realizzati nel mondo produce energia a costi inferiori rispetto alle alternative fossili, mentre il costo delle batterie è diminuito di oltre il 90% dal 2010”.Anche l'esperienza australiana è significativa, secondo L’Abbate: “Il Csiro, l'agenzia scientifica nazionale australiana, conclude da anni che un sistema basato su rinnovabili, accumuli e reti elettriche moderne è più conveniente del nucleare. Le sue analisi stimano per i nuovi reattori nucleari costi compresi tra 145 e 238 dollari per MWh, contro 22-53 dollari per il fotovoltaico e 45-78 dollari per l'eolico”.Ma non bisogna andare per forza dall'altra parte del mondo per trovare pareri analoghi. L’Abbate ricorda che anche la Banca d’Italia, in una memoria trasmessa al Parlamento, “ha evidenziato le numerose incertezze associate al ritorno del nucleare: costi elevati e difficili da stimare, tecnologie ancora non mature e possibili effetti sulla finanza pubblica derivanti dagli incentivi necessari per rendere sostenibili gli investimenti. Inoltre, secondo uno studio pubblicato dalla stessa Banca d'Italia, il nucleare difficilmente avrebbe effetti significativi sulla riduzione delle bollette elettriche per famiglie e imprese”.Insomma, “l'Italia ha oggi l'opportunità di utilizzare la nuova flessibilità europea per accelerare investimenti in fotovoltaico, eolico, geotermia, accumuli ed efficienza energetica. Sono tecnologie già disponibili, meno costose e capaci di ridurre immediatamente le importazioni di gas".L'orizzonte del terzo referendumC’è poi un ultimo punto, quello del consenso popolare sul ritorno al nucleare, una tecnologia già bocciata per ben due volte tramite lo strumento del referendum, la prima volta si è svolto nel 1987, a pochi mesi dal disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986, e poi di nuovo nel 2011, sull'onda emotiva del disastro alla centrale di Fukushima, in Giappone, avvenuto l'11 marzo di quel tragico anno.E non è da escludere che a mettere in discussione il nuovo progetto possa essere proprio una terza tornata referendaria. Secondo Pichetto “è ovvio che va considerato, ma anche rispetto al sistema dell'informazione e alla trasparenza: quello che dobbiamo fare è dare davvero tutte le informazioni necessarie, ma noto comunque una maggiore propensione da parte dei giovani" verso il nucleare. “Forse perché fanno valutazioni più di fatto, più scientifiche”. Lo stesso vale per la questione del deposito unico dei rifiuti radioattivi. Per Luca Squeri, relatore del disegno di legge ed esponente di Forza Italia, è questa l’unica vera obiezione legittima portata dalle opposizioni: “Siamo in ritardo di 30 anni, non per colpa di questo governo ed è un passaggio necessario al di là del rientro del nucleare, perché già oggi produciamo rifiuti nucleari in campo medico. All'estero fanno a gara per averlo, perché ci sono grandi ritorni per il territorio, ma c'è mistificazione comunicativa che dobbiamo smontare”. Del resto "in Francia si trova nelle zone dove fanno lo champagne…”.