Sciami di droni, sistemi biometrici e sensori per il rilevamento di persone nascoste: finanziate dall’Unione europea, le università forniscono da anni analisi predittive dei movimenti migratori e strumenti di controllo dei confini che l’Ue utilizza per anticipare gli arrivi e rafforzare le proprie politiche repressive. È il caso dei 4 milioni di euro assegnati nel 2021 da Frontex al Politecnico di Torino e ad altri due partner per produrre mappe sulla distribuzione di migrazioni, criminalità e attività di ricerca e soccorso lungo i confini dell’Unione Europea, ma non solo.
Il Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni, – che coordina 37 università pubbliche italiane – e altre tre università europee hanno ricevuto quasi 1,6 milioni di euro per sviluppare Roborder, «un sistema autonomo di sorveglianza delle frontiere (...) basato su robot mobili senza pilota, inclusi veicoli aerei, di superficie, subacquei e terrestri» da implementare in collaborazione con Frontex.
In questo caso come in altri, secondo il professore del Politecnico di Torino Michele Lancione, firmatario di una lettera in cui si dissociava dall’accordo tra il suo ateneo a Frontex, «le università forniscono una validazione epistemica a un discorso politico, quello dell’invasione, privo di qualsiasi fondamento scientifico». Nel caso del Politecnico, spiega Lancione: «Tale validazione va oltre il contenuto della mappa. Frontex acquista il logo di una grande università europea, lo appone sulle sue mappe e, agli occhi del grande pubblico, la validazione scientifica delle sue posizioni è assicurata».








