a

Un posto dove si vedono e si sentono cose che non vorremmo far sentire ai nostri figli è un posto dove non dovrebbe vivere nessuno. Jack London, nel 1902, descriveva così i bassi fondi dell’East End di Londra. Oggi, con le stesse parole, si potrebbe descrivere il palazzo degli orrori di via Cesare Tallone: un edificio dannato, teatro di fatti di sangue, spaccio e, una settimana fa, lo stupro di gruppo di una trentaduenne. Ieri don Antonio Coluccia, da sempre in prima linea contro droga e criminalità, si è immerso in quell’inferno di rifiuti, cemento e violenza dove chi è emarginato dalla società ha costruito una comunità parallela e abusiva.

I primi a sapere dell’arrivo del sacerdote sono le vedette che presidiano i piani alti dell’edificio, ormai ridotto a uno scheletro di cemento armato. Al posto dei muri in mattoni ci sono pannelli di legno e teli, in alcuni punti anche balconi di fortuna organizzati con vecchie sedie trovate tra i rifiuti e fil di ferro per stendere i panni. Quando don Coluccia, protetto dagli uomini della scorta, arriva all’ingresso viene guardato con sospetto dagli occupanti: alcuni lo scrutano, altri si chiedono perché la polizia sia entrata nell’edificio, qualcuno urla infastidito o si spostano verso altre uscite. Uno di loro avanza minaccioso, ma viene subito fermato: «È un ex soldato nigeriano, è saltato su una mina e ora non sta bene con la testa», racconta chi lo conosce.