di Isabella Fantigrossi
A 12 anni scappa dalla Nigeria alla volta della Libia, dove vive il conflitto civile. A 15 finisce su un barcone - direzione Lampedusa - che si ribalta: «Mi sono finto morto, ricordi terribili». Oggi Gideon Kadiri, amatissimo sui social per le ricette italiane, racconta la sua storia: «Per anni ho vissuto nell’angoscia. La cucina mi ha aiutato a restare vivo»
Oggi sui social racconta le ricette (italiane, soprattutto) sorridendo. Ma fu una notte di dolore che fece scattare in lui la voglia di farcela. Gideon Kadiri — il cuoco trentunenne nato in Nigeria che ha costruito una community, @cucinagideon, seguita da più di 700mila follower su Instagram — aveva 12 anni quando scappò dal suo Paese con una zia materna. Attraversato il deserto e trascorse notte infinite senza acqua né cibo, i due finiscono in Libia. Quando arriva la guerra, a Tripoli viene deportato in un campo pieno di stranieri come lui, poi fatto salire su un barcone con la bussola rotta e il motore danneggiato.
Gideon ha 15 anni. Ed è solo. «A bordo c’erano uomini, donne, neonati. Cercavano di tappare i buchi con delle lenzuola, con le mani, con la disperazione. Non servì a nulla. La barca si ribaltò. Urla. Pianti. Acqua nera, densa di olio. Corpi che affondavano, mani che cercavano appigli che non esistevano. Chi provava a salvarsi veniva colpito. Le immagini si confusero, si accatastarono l’una sull’altra, come in un incubo fin troppo vivido e da cui non era possibile svegliarsi. Mi sdraiai e finsi di essere morto. E forse, in quel momento, una parte di me morì davvero». Ricordi terribili, che Gideon Kadiri mette per la prima volta in fila nel suo libro, Come cucina comanda, appena uscito per Mondadori. E che sono stati per lui, allo stesso tempo, motivo di angoscia e di rivalsa. «Quella notte morirono tanti bambini. Io ero tra i vivi. Così feci una promessa a me stesso: avrei fatto qualcosa di importante per dare voce a chi non c’era più — ci spiega —. Perché non è normale vivere tutto quello che ho vissuto io, da solo, senza nessuno a fianco: ci ho messo anni a rielaborare solo una parte di quel vissuto. Però quello che ho capito è che cucinare e aver costruito questa community che mi segue con tanto affetto è l’unico modo per dare un senso a quello che mi è successo: significa che una speranza c’è sempre».









