Mentre i pupazzi italiani dei ventriloqui moscoviti, forti di un credito immeritato di indipendenza, imperversano ogni giorno a reti unificate per celebrare la resistenza della Santa Madre Russia all’aggressione ucraina e per giustificarne, con dolente rassegnazione, le inevitabili rappresaglie, che senso ha censire tutti gli eventi mediaticamente minori, quando non insignificantemente minimi, in cui piccole organizzazioni russofile diffondono in modo semi-carbonaro la propaganda di guerra di Russia Today, malgrado dal 2022 un Regolamento europeo ne vieti la diffusione sul territorio dell’Unione?

Che senso ha chiedere che nell’oscurità di una bocciofila o di un teatro amatoriale, davanti a poche decine di persone, non si mostrino le presunte prove grazie a cui i canali ufficiali del Cremlino annunciano l’invasione prossima ventura della Russia da parte delle repubbliche baltiche, quando i Caracciolo, Travaglio, Di Battista, Orsini, D’Orsi e Basile possono dire tranquillamente, davanti a milioni di spettatori, le stesse o analoghe bestialità in nome del free speech anti-russofobo?

Insomma, se le diverse versioni domestiche di Russia Today sono più viste ed efficaci di quella originale, rubricare e denunciare le piccole violazioni di un Regolamento europeo non assomiglia a quello che nel calcio si definirebbe “fallo di frustrazione”, per l’impotenza di fronte al grande scandalo di un’informazione liberamente e ufficialmente prostituita alle ragioni di Mosca?