La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che impone il ritiro delle truppe americane dalla guerra in Iran, infliggendo un duro colpo politico al presidente Donald Trump, che a febbraio ha dato avvio al conflitto. Il provvedimento, sostenuto anche da quattro deputati repubblicani, ha tuttavia un valore prevalentemente simbolico: qualora passasse al Senato, il presidente potrebbe porvi il veto. Intanto, nel Golfo Persico, una raffica di missili e droni ha colpito il Kuwait nella notte, nel più grave episodio dalla tregua di aprile. Il bilancio provvisorio parla di un civile ucciso e oltre sessanta feriti all’aeroporto internazionale di Kuwait City. Washington rivendica l’abbattimento di diversi vettori iraniani e alcuni raid “difensivi” sull’isola di Qaeshm. In parallelo, in un’intervista al New York Post, Trump ha auspicato un incontro con l’ayatollah Mojtaba Khamenei, sostenendo che il leader sia coinvolto nei negoziati di pace e affermando che Teheran ha accettato di rinunciare all’arma atomica. La tensione nella regione è in costante aumento: pur ribadendo il mantenimento del cessate il fuoco, nelle ultime ore i venti di guerra sono tornati a farsi sentire. Le forze armate americane definiscono le proprie azioni misure di autodifesa, mentre Teheran parla di rappresaglia contro i bombardamenti statunitensi. Il Comando Centrale USA ha reso noto che mercoledì l’Iran ha lanciato missili e droni anche contro il Bahrein e contro equipaggi civili nelle acque adiacenti. I pasdaran, dal canto loro, sostengono di aver colpito il quartier generale della Quinta Flotta americana nel Paese del Golfo e una nave statunitense, identificata come la “Panayà”. L’offensiva più pesante ha centrato il Terminal 1 dell’aeroporto internazionale del Kuwait, causando la morte di un cittadino indiano residente e il ferimento di almeno altre 63 persone. Secondo le autorità locali, sono stati impiegati 13 missili balistici e 17 droni. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno utilizzato una base situata all’interno del complesso aeroportuale, ma non è chiaro se sia ancora operativa né se fosse l’obiettivo dell’attacco. Sul fronte diplomatico, Trump ha ribadito che gradirebbe un incontro con la Guida Suprema e che ciò «probabilmente accadrà». Nel podcast del quotidiano newyorkese, il presidente ha inoltre assicurato che Teheran «ha già concordato che non si doterà di un’arma nucleare». Più prudente il segretario di Stato, Marco Rubio, che in audizione a Capitol Hill ha sottolineato come l’Iran sia disposto a discutere alcuni aspetti del programma nucleare finora considerati intoccabili. Quanto al ruolo di Khamenei nei colloqui, Trump ha affermato: «È coinvolto, assolutamente... Credo che nutrano un grande rispetto per lui». Il tycoon ha anche rivendicato che la guerra è stata «un grande successo». «Vedremo cosa succederà. Stiamo lavorando a un accordo, e se andrà in porto, bene. Se non dovesse andare in porto, va bene lo stesso. Faremo a modo nostro», ha avvertito senza ulteriori dettagli. Rubio ha a sua volta sostenuto il “presunto attivismo” dell’ayatollah, dichiarando che Khamenei è vivo e «sempre più attivo», pur precisando che tutti i contatti tra Washington e il leader iraniano «sono avvenuti in forma scritta e tramite intermediari». Il segretario di Stato ha inoltre affermato che le operazioni militari in Iran sono terminate e che i raid statunitensi sono «di natura puramente difensiva» per proteggere le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Immediata la replica su X del ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Seyed Abbas Araghchi: l’Iran «sta conducendo attacchi difensivi contro siti che gli Stati Uniti sono autorizzati a usare per attaccare il traffico marittimo civile e violare il cessate il fuoco. «Qualsiasi atto ostile riceverà una risposta immediata e decisiva — ha minacciato il ministro —. Ciò che le sanzioni e la guerra non sono riuscite a ottenere non sarà conquistato con altra guerra».